LA SICILIA FRA CARTAGINESI E ROMANI – RIEVOCAZIONI STORICHE DELL’AUGUSTANO UGO PASSANISI

annibale barca

Sabato 3 ottobre, in prima serata, RAITRE ha mandato in onda un’ interessante puntata del programma “”Ulisse, il piacere della scoperta”, a cura di Alberto Angela. La puntata era dedicata all’epico secolare scontro fra i Cartaginesi e i Romani:   lo stesso argomento su cui  ha lavorato il nostro collaboratore  Ugo Passanisi. Vi proponiamo il  suo lavoro, anche come contributo per un approccio gradevole degli studenti a quest’argomento, che a scuola va sotto il nome di “guerre puniche”, perché i Romani chiamavano Punici i Cartaginesi

Cartagine e Roma

La fascia costiera che conduce da Trapani a Capo Boeo, dove sorge Marsala, è costituita da terre basse, a tratti sabbiose, interrotte solo dal biancore abbagliante di antiche saline da cui emergono, come giganti, le sagome cilindriche dei mulini a vento preposti al pompaggio delle acque e alla molitura del sale. Anche le acque marine che lambiscono quelle coste sono basse e ospitano un mini-arcipelago, una laguna divisa dal mare aperto dalle isole dello Stagnone: l’Isola Grande (detta anche Isola Lunga), gli isolotti di Santa Maria e della Schola, e, a meno di un chilometro dalla terraferma, l’isola di San Pantaleo che quasi tremila anni fa si chiamò Mothya e costituì il più importante avamposto di Cartagine nel Mar Mediterraneo, vedetta e sentinella della madrepatria africana. Al di là della linea arcuata costituita da questi isolotti, si staglia all’orizzonte la più prossima delle isole Egadi, l’isola di Favignana. Mothya oggi si chiama Mozia, un nome che poco dice a molti di noi così imbevuti come siamo della grecità di cui è permeata la Sicilia orientale. Eppure quell’isolotto, apparentemente insignificante, aveva rappresentato in un lontano passato uno dei piatti della bilancia della civilizzazione antica della Sicilia: il primo, quello greco, che ha lasciato imponenti tracce della sua presenza con i suoi grandiosi templi, teatri, monumenti e ciclopiche mura nella Sicilia orientale; il secondo, quello punico-fenicio certamente meno appariscente, ma non per questo meno importante, nella Sicilia occidentale.

Due popoli e due civiltà che, quasi per fatalità, in quello stesso VIII secolo, si incontrarono e si scontrarono cercando la reciproca sopraffazione e distruzione, prevalendo – volta a volta – l’uno sull’altro, precludendosi a vicenda ogni possibilità di pacifica convivenza e di reciproca assimilazione. Fatalmente queste lotte sanguinose e spietate sarebbero poi andate a beneficio di un terzo incomodo, Roma, che intervenendo fortunosamente nella contesa avrebbe colto il frutto maturo della Sicilia, cancellando per sempre dall’Isola tanto la presenza greca che quella cartaginese. Causa occasionale di quell’intervento furono i cosiddetti Mamertini, un’accozzaglia di soldatacci di ventura, mercenari di professione, che Agatocle di Siracusa aveva arruolato per combattere i Cartaginesi, e che, al momento del congedo nel 289 a.C., anziché tornarsene ai loro paesi d’origine avevano messo Messina a ferro e fuoco, ne avevano massacrato gli abitanti e da lì, per venti anni, avevano devastato i paesi dell’antistante costa calabra dando noia a tutti: a Pirro, ai Romani, ai Siracusani. E ora, alla fine del 270 si trovavano assediati da Gerone di Siracusa che ne aveva avuto abbastanza ed  intendeva farla finita con loro, una volta per tutte. Per sottrarsi all’inevitabile castigo, i Mamertini chiesero allora aiuto a Cartagine che non si fece pregare e mandò un esercito al comando di Annone a occupare la città, dove però si insediò stabilmente senza manifestare alcuna intenzione di andarsene.  Come scrive argutamente Indro Montanelli nella sua pregevole “Storia d’Italia”, visto che la legge del “chiodo scaccia chiodo” aveva funzionato bene una volta, i Mamertini pensarono di applicarla ancora una volta e si rivolsero a Roma perché venisse a liberarli dai “liberatori” cartaginesi. Erano trascorsi due secoli e mezzo da quando Roma e Cartagine, nel 508 a.C., avevano stipulato quel patto di non-aggressione che, tutto sommato, aveva funzionato benissimo ed era stato solennemente rinnovato vent’anni prima quando Cartagine aveva offerto e portato aiuto a Roma minacciata da Pirro, Re dell’Epiro. Ma per i Romani la Sicilia era la terra promessa: chi c’era stato ne decantava le bellissime città, i campi ubertosi, ricchi di messi, i frutti meravigliosi che pendevano dagli alberi e che attendevano soltanto di essere colti. L’invito dei Mamertini era, decisamente, uno di quelli cui si resiste male. E, tuttavia, quell’invito, forse, sarebbe stato respinto se il Senato fosse stato libero di decidere da solo, poiché si sapeva bene dove avrebbe condotto quell’intervento, ma  certe scelte a Roma erano fortemente influenzate dall’Assemblea Centuriata nella quale dominavano quelle classi borghesi, industriali e mercantili, avide di potere e di danaro, che nelle guerre avevano sempre inzuppato il pane trovandone motivo di facile arricchimento. L’Assemblea Centuriata decise perciò di accettare l’offerta e affidò l’esecuzione dell’impresa al console Appio Claudio Cieco. E, poiché la storia si ripete, anche i più sprovveduti e i più digiuni di storia antica possono ben immaginare come andò a finire ….

 La Prima Guerra Punica   

    Quando Roma era ancora un piccolo villaggio di pastori, Cartagine, fondata dai Fenici sul promontorio della Byrsa a Capo Bon, in Tunisia, era già diventata una grande potenza economica e militare. Il suo popolo, dotato di un’ innata propensione per il commercio, aveva fondato numerosi insediamenti, o empori, lungo tutte le coste del Mediterraneo occidentale e oltre le Colonne di Melqart (Eracle per i Greci, ed Ercole per i Romani) senza alcun intendimento di vera conquista territoriale, ma al solo scopo di commerciare i suoi prodotti e di ricercare le materie prime necessarie alle sue produzioni artigianali e industriali. Quest’ espansione, che interessava tutte le coste del Nordafrica, buona parte della penisola iberica, la Sardegna e la Sicilia occidentale, era avvenuta pressoché pacificamente finché non era giunta a contatto con i Greci di Sicilia con inevitabili conflitti che, alla fine, avevano portato, come abbiamo visto, all’intervento di Roma. E quando Roma era intervenuta, invano Cartagine aveva fatto appello ai solenni trattati stipulati, all’antica amicizia, all’aiuto decisivo fornito a Roma nella sua lotta contro Pirro, re dell’Epiro. Invano i suoi ambasciatori avevano sottolineato al Senato come Roma non potesse giustiziare un gruppo di banditi come aveva fatto a Reggio e aiutarne un altro a Messina senza perdere la faccia. Quando i trattati non servono più – come diceva la buon’anima di Bismarck – diventano pezzi di carta che si possono impunemente stracciare (i Bush, i Saddam Hussein, i Sarkozy ed i Gheddafi non sono certo un’invenzione, né un’esclusiva dei nostri tempi).

   Così, nel 264 a.C., aveva avuto inizio quella Prima Guerra Punica che si era conclusa, dopo 24 anni di sanguinose contese, nel 241 a.C., con la distruzione della flotta cartaginese alle isole Egadi, nella cruenta battaglia di Favignana, la cui Cala Rossa prese il nome dal colore del mare arrossato dal sangue cartaginese, a opera della flotta romana del console Caio Lutazio Catulo.  Il trattato di pace costrinse Cartagine, tra le altre onerose condizioni, alla perdita di tutti i suoi insediamenti commerciali in  Sicilia, tra i quali, appunto, Mozia, e in tutte le altre isole del Mediterraneo centro-occidentale.

 I Barcidi

    L’uomo che a Lilybeo (Marsala) aveva stipulato la pace con Roma si chiamava Amilcare e i suoi soldati gli avevano dato il soprannome  di Barca che in lingua punica significa “folgore” , e Barcidi furono detti tutti i componenti della sua famiglia. Valoroso e abile condottiero, aveva tenuto in scacco per anni i Legionari romani con ardite azioni,  che oggi si chiamano “commando”, ma aveva dovuto cedere, alla fine, dinanzi a un avversario che disponeva di forze tanto superiori alle sue. Tornato in patria, gli era stato affidato il compito di sedare la rivolta dei mercenari che, con lui, avevano combattuto contro i Romani in Sicilia, cui il Consiglio di Cartagine, composto da ricchissimi e avidi mercanti, rifiutava di riconoscere e di pagare il soldo arretrato con la scusa della sconfitta subita. Agli ordini di un soldataccio di nome Matone essi si erano ribellati, avevano sobillato e trascinato nella rivolta i popoli soggetti, specialmente i Libi, che insorsero, formarono un esercito agli ordini di uno schiavo napoletano, Spendio, e posero l’assedio alla città. Amilcare esitava a combattere contro soldati che, in Sicilia, erano stati ai suoi ordini, ma quando i rivoltosi tagliarono le mani e spezzarono le gambe al suo collega Cesco e seppellirono vivi settecento prigionieri cartaginesi, si risolse ad agire. Con diecimila giovani cartaginesi, addestrati in tutta fretta, attaccò i ribelli, forti di quarantamila uomini,  incalzandoli dentro una valle angusta di cui chiuse tutte le uscite e attese che si arrendessero per fame. Essi dapprima mangiarono le bestie da soma, poi i prigionieri, poi gli schiavi. Infine mandarono Spendio a chiedere la pace. I Cartaginesi, per tutta risposta, lo crocifissero, gli tagliarono e gli misero in bocca i suoi stessi genitali, gli aprirono il ventre per farne uscire le interiora, assalite da nugoli di mosche, e cercarono di prolungare quanto più possibile la sua atroce agonia. Matone venne ucciso a lente scudisciate e i soldati ribelli vennero tutti massacrati. Fu, dice Polibio, la più empia e sanguinosa guerra della storia. Quando dopo quattro anni finì, Cartagine si accorse che Roma, nel frattempo, approfittando della situazione, si era impadronita della Sardegna. Protestò, e Roma rispose con una dichiarazione di guerra. Per evitarla, Cartagine, “obtorto collo”, accettò il fatto compiuto e si rassegnò a perdere anche la Corsica. Restava a Cartagine una sola via di espansione, la penisola iberica, ricca di miniere d’argento, dove la famiglia dei Barcidi andava affermando il dominio cartaginese. Ma, prima di partire per l’Iberia, Amilcare condusse al tempio di Baal Hamon i suoi – così li chiamava – “leoncelli”, il giovanissimo genero Asdrubale “il Bello” ed i suoi tre figli, Annibale, Asdrubale e Magone, e fece giurare loro odio eterno contro Roma. Senza alcun aiuto da parte della madrepatria sottomise le tribù indigene, ma la morte lo sorprese ancora giovane nel corso di un combattimento. Morendo, raccomandò come suo successore il genero Asdrubale che per otto anni tenne il comando senza far rimpiangere il suocero, costruì di sana pianta la sua nuova capitale, Nova Carthago (oggi Cartagena) e, nel 226 a,C., stipulò un trattato con Roma che assegnava allo Ibericus Flumen, cioè al fiume Ebro, il reciproco limite della zona d’influenza nella penisola iberica..

Annibale

    Nel 221 a.C., assassinato Asdrubale il Bello da un congiurato, l’esercito acclamò come suo successore il maggiore dei figli di Amilcare Barca, Annibale, che, a 26 anni, aveva già trascorso diciassette anni sotto le armi e ricordava benissimo il giuramento che, tanti anni prima, suo padre gli aveva fatto fare. Annibale, nome romano del punico Khenu Baal  (Grazia di Baal), in greco Hannibas, considerato uno dei più geniali condottieri dell’antichità, fu esaltato per il suo genio militare dagli stessi Romani, incarnando ai loro occhi il massimo sforzo del destino contrario all’affermazione dell’Impero di Roma. Politicamente si può dire che egli ereditò la visione pan-mediterranea di Alessando Magno, compiendo l’ultimo tentativo per la sua realizzazione. Annibale si era fatta un’idea abbastanza chiara di Roma, della sua forza e delle sue debolezze. Era convinto, infatti, che una sua sconfitta in Italia avrebbe tolto a Roma i suoi alleati perché questo era avvenuto ai tempi di suo padre, ignorando, però, che la politica romana non era più federalista come un tempo, ma tendeva, piuttosto, all’assimilazione e all’integrazione dei popoli soggetti.  Ignoto com’era ai suoi compatrioti fra i quali non era più tornato dall’età di nove anni, Annibale non poteva sperare in un loro consenso all’apertura di un nuovo conflitto con Roma. La guerra di rivincita, quindi, invece di dichiararla bisognava farsela dichiarare e, per questo, nel 218 a.C., assali Zacantha, per i Romani  Sagunto, città alleata di Roma che però, per il trattato dell’Ebro del 226, si trovava a sud di quella linea di confine, e quindi costituiva una specie di enclave romana nella zona d’influenza cartaginese. Annibale, perciò, poté facilmente respingere l’ultimatum che gli giunse da Roma: è l’inizio della Seconda Guerra Punica.

 La Seconda Guerra Punica

   La controversia giuridica sulla responsabilità dello scontro, è stata dibattuta, sostanzialmente senza un esito chiaramente definito, in moltissimi studi. E’ certo, tuttavia, che solo all’ultimo, e non senza esitazione, Roma si risolse a una guerra dettata più da ragioni di prestigio e di opportunità politica che dai reali interessi di una vasta e influente parte del Senato. Non è il caso di rievocare qui nei dettagli la storia della Campagna d’Italia: basti dire, dunque, che dopo otto mesi di assedio, Zacantha, o Sagunto, viene conquistata da Annibale che, lasciato sul posto il fratello Asdrubale con l’incarico di arruolare rinforzi tra le tribù iberiche sottomesse, muove con 60.000 uomini verso l’Italia, superando i Pirenei, la Gallia,  e poi le Alpi, con un’epica marcia rimasta memorabile nella Storia per le enormi difficoltà superate e che, ancora oggi, lascia attoniti per l’incredibile  riuscita dell’ impresa. Quello che infine si affaccia sulla Pianura Padana è uno sparuto esercito di poche migliaia di soldati, non più di 26.000, per le numerose diserzioni, ma la straordinaria traversata delle aspre montagne ha lasciato una profonda impressione nelle popolazioni autoctone, anche per gli elefanti che accompagnano l’esercito cartaginese. Annibale, aiutato dai Galli Cisalpini e Boi in rivolta contro Roma, scende lungo la Penisola cogliendo una serie di strepitose vittorie contro gli eserciti romani che gli vengono inviati incontro per fermarlo.  Nel 218 batte il primo degli Scipioni al Ticino e alla Trebbia, nel 217 al lago Trasimeno, e nel 216 a Canne dove, avviluppata con una manovra perfetta della sua cavalleria numida la grande armata romana composta di 80.000 uomini, ben sedici legioni agli ordini dei Consoli Lucio Emilio Paolo e Caio Terenzio Varrone, questa viene praticamente sterminata. Meno di 15.000, infatti, sono i soldati romani che riescono a sottrarsi alla strage e a portare all’attonito Senato Romano la ferale notizia della terribile disfatta. Ora, davvero, Roma era alla mercè del suo acerrimo nemico, e Roma tremò, ma non si perse di coraggio e non depose le armi.. Non si conoscono i motivi per il quale Annibale, invece di assediarla, sfilò a est, dirigendosi su Capua, che gli aprì le porte. Errore fatale che consentì a Roma di riprendere l’iniziativa: costituito un nuovo esercito di 200.000 uomini, ne inviò una parte in Iberia contro Asdrubale, agli ordini dei due fratelli Scipioni, una parte ne trattenne per la propria difesa, e una parte la assegnò al Console Claudio Marcello perché riconquistasse Siracusa che, dopo la morte del fedele Gerone, aveva tradito l’alleanza con Roma, e rimettesse ordine nella Sicilia ribelle.

 

La distruzione di Mègara Hyblaea nel 212 a. C.

 

   Nel 212 a.C., nel corso di quest’impresa che ripristinò il prestigio di Roma nel meridione d’Italia, fu definitivamente distrutta Mègara Hyblaea, che da allora non risorse mai più, e, nel massacro degli abitanti di Siracusa, perse la vita anche il grande Archimede. Capua cadde nelle mani di Roma nel 211, nel momento in cui Annibale se ne era momentaneamente allontanato, ed il castigo inflitto alla città infedele fu terribile ed esemplare: tutti i suoi capi vennero uccisi e la sua popolazione deportata in massa. Il terrore per la vendetta di Roma si sparse per tutta l’Italia e fecero atto di sottomissione le città italiote che, fino a quel momento, avevano sostenuto Annibale, tra le quali Taranto, Crotone, Reggio, Locri e Metaponto.

 Publio Cornelio Scipione

  A ciò si aggiunsero i successi militari dei due Scipioni che batterono più volte Asdrubale in Iberia. E apparve in quel momento il grande condottiero che avrebbe vendicato tutte le umiliazioni subite da Roma. Caduti in combattimento in Iberia i due Scipioni, a sostituirli fu mandato, appena ventiquattrenne, il rispettivo figlio e nipote, Publio Cornelio che, rientrato a Roma con Marrone nel momento più tragico, dopo la disfatta di Canne, era stato l’animatore della resistenza. Era bello. Era eloquente. Portava un grande nome. Appena arrivato in Iberia dopo la morte del padre e dello zio, egli trovò l’esercito impegnato nell’assedio di Cartagena. Con uno stratagemma egli si impadronì della città e, per quel colpo, quasi tutta la Spagna cadde nelle mani di Roma. Asdrubale che non aveva più alcun motivo per restarci si gettò sulle orme del fratello per raggiungerlo attraverso la Gallia e le Alpi. Bene o male riuscì anche lui a superarle, ma un suo messaggio ad Annibale nel quale annunciava il suo arrivo e lo informava da quale parte sarebbe passato fu intercettato dai Romani. Nel 207 Livio Salinatore e Claudio Nerone lo attesero sul Metauro, vicino a Senigallia, e sterminarono il suo esercito. La testa del generale, spiccata dal busto, venne scagliata oltre le mura dietro le quali si riparava Annibale. Egli aveva già perso un occhio per il tracoma, ma quello che gli era rimasto gli bastò per riconoscere i miseri resti del fratello che aveva amato come un figlio. Annibale era ormai rimasto solo ed era un uomo finito: Filippo di Macedonia, con il quale aveva stipulato un patto di alleanza in funzione anti-romana, si rappacificò con Roma. Le città italiote, terrorizzate dal terribile castigo inflitto a Capua, rifiutarono di aiutarlo e lo abbandonarono, e delle cento navi cariche di rinforzi che Cartagine aveva mandato in suo aiuto, ottanta colarono a picco sulle coste della Sardegna nel corso di una violentissima tempesta. Inoltre, i proverbiali “ozi di Capua” avevano intorpidito e depresso il morale del suo esercito, composto soprattutto da mercenari, da infidi Galli e da fuorusciti italioti. “Gli Dei – gli aveva detto un suo luogotenente quando Annibale aveva rifiutato di porre l’assedio a Roma –  gli Dei non danno tutti i loro doni a un uomo solo. Tu sai come procurarti le vittorie, ma non sai come usarle”. Richiamato in patria nel 202 a.C. da una Cartagine impaurita dallo sbarco di Scipione in Africa, egli fece uccidere 20.000 dei suoi soldati che si erano ammutinati e avevano rifiutato di seguirlo in terra d’Africa. Con ciò che restava del suo esercito si schierò nella pianura di Zama dove l’attendeva l’armata di Scipione. Per molti mesi i due eserciti si fronteggiarono studiandosi a vicenda. Poi i Romani, con l’aiuto della cavalleria di Massinissa, re di Numidia, lo assalirono. Prima dello scontro, però, i due grandi rivali si incontrarono per un colloquio, cercando per entrambi una onorevole via d’uscita, ma, constatata l’impossibilità di un accordo, scesero infine in campo, uno contro l’altro. Sul campo di battaglia di Zama il Cartaginese compì il suo ultimo capolavoro infliggendo al rivale un’autentica lezione di tattica. In duello individuale Annibale ferì Scipione, attaccò Massinissa, cento volte riformò e ricostituì le sue falangi sconvolte, fino a sfiorare la vittoria. Forse solo un’altra grande battaglia della Storia, quella di Waterloo, ha evidenziato quanto Zama la superiore abilità del vinto, e tuttavia anche Annibale, come Napoleone, non riuscì a evitare la sconfitta. Colui che, più di ogni altro, aveva tenacemente voluto e condotto la guerra contro Roma, cavalcò coperto di sangue verso Cartagine, risolvendosi a caldeggiare, come il minore dei mali, l’accettazione di una pace durissima: rinunzia all’Iberia e ai territori occupati in Africa, distruzione della flotta, pesante indennizzo, divieto permanente di muovere guerra contro chiunque senza il consenso di Roma.

   Per sei anni Annibale tentò di risollevare Cartagine mediante riforme che però toccarono i potenti interessi della classe oligarchica dominante. Inviso per questo al Consiglio di Cartagine, non meno che al Senato di Roma che chiedeva la sua testa, fu costretto a fuggire dalla sua città, vagando dalla Siria alla Bitinia dove morì suicida nel 183 a.C. per non essere consegnato ai Romani che lo cercavano per catturarlo, vivo o morto. Aveva sessantaquattro anni, e, come racconta Tito Livio, le sue ultime parole portando alla bocca il veleno furono : “Orsù, ridiamo la tranquillità ai Romani che non hanno la pazienza di attendere la fine di un vecchio”.

 La Terza Guerra Punica

Intanto, mentre a Roma in Senato Marco Porcio Catone terminava ogni suo discorso, qualunque fosse l’argomento trattato, con la celebre frase “Delenda Carthago”, o, “Carthago delenda est”, e cioè “Cartagine dev’essere distrutta”, come un implacabile, ossessionante ritornello, in Africa le provocazioni di Massinissa, alle quali Cartagine fu costretta a reagire malgrado non potesse farlo in forza del trattato di pace con Roma, portarono alla Terza Guerra Punica, dal 149 al 146 a,C., che si concluderà con la distruzione di Cartagine, la sua definitiva scomparsa dalla scena del mondo, e il totale sterminio dei suoi abitanti. Nel corso di un’atroce carneficina  compiuta dall’esercito romano, solo 55.000 dei suoi 500.000 abitanti, donne, bambini e vecchi compresi, sopravvissero. Della città, non rimase pietra su pietra. E tuttavia sopravvisse a lungo, in Africa e in Iberia, l’eredità di Cartagine nella lingua, nelle credenze e nei costumi. Si può dire che fu Roma stessa a conservarla, sicché la sua scomparsa definitiva fu segnata solo dalla fine dell’Impero Romano. Quanto alla politica attuata in Italia, risulta evidente agli storici il disegno di Annibale teso a staccare da Roma i popoli della Penisola: lo dimostrano le clausole dei trattati segreti stretti con varie genti e città, sempre intese ad assicurarne l’autonomia. Insomma, la proposta di un’unione federativa con Cartagine che evitava ogni aspetto e ogni sospetto di dominio.  In particolare, notevole è il proposito di fare di Capua la futura Capitale d’Italia. Nell’insieme si può dire, però, che il progetto politico di Annibale  diede scarsi risultati, e in ciò va vista la principale ragione del fallimento dell’impresa. Per entrambi i contendenti la guerra fu dunque una conseguenza inevitabile e necessaria della politica precedente: l’imperialismo e l’espansionismo romano da una parte, e la conservazione e il mercantilismo cartaginese dall’altra. Mentre Roma riorganizzò e romanizzò con relativa rapidità tutte le regioni conquistate, Cartagine non aveva intaccato per secoli le lingue, i costumi e le istituzioni delle regioni dove si era installata, poiché il commercio, e solo quello, era il motore delle iniziative cartaginesi. Solo quando i suoi interessi commerciali erano minacciati, infatti, venivano reclutati eserciti mercenari poiché Cartagine, al di là del corpo degli Ufficiali e delle forze strettamente necessarie alla sua sicurezza, non manteneva un esercito stanziale costituito dai suoi cittadini che, come abbiamo visto, erano soprattutto mercanti. Anche questo era un punto debole a sfavore dei cartaginesi, poiché i mercenari non erano truppe del tutto affidabili, pronte com’erano ad ammutinarsi o a disertare alle prime difficoltà, come più volte accadde nel corso delle guerre puniche. Ma Cartagine era accecata dai suoi interessi commerciali e, contro Roma, la sua politica si rivelò suicida poiché, mentre era chiaro che lo scontro decisivo poteva avvenire solo in Italia, Cartagine aveva diretto gli aiuti e i rinforzi di cui c’era bisogno verso l’Iberia e verso le regioni dov’erano in gioco i suoi interessi economici, lasciando solo e senza rifornimenti il suo esercito in Italia che, in quelle condizioni, non poteva che soccombere alla superiore determinazione e potenza della rivale.  Se è vero, com’è vero, che la Storia non si fa con i “se” e con i “ma”, tuttavia è lecito supporre e ipotizzare che se l’esito di quest’ epico

conflitto fosse stato diverso, del tutto diversa sarebbe stata anche la storia successiva del nostro continente.

 

Magone

  Per completare questa necessariamente schematica rievocazione storica delle imprese militari dei Barcidi, accenneremo a Magone, il più giovane dei fratelli di Annibale, che inizialmente aveva seguito il fratello in Italia ma che, nel 215 a.C., venne richiamato da Cartagine in Iberia per sostituire l’altro fratello Asdrubale, a sua volta inviato in Africa Settentrionale  per sottomettere le tribù numide di Siface in rivolta. Dopo il ritorno di Asdrubale in Iberia, Magone si affiancò al fratello nella lotta contro Publio Cornelio Scipione che si era impadronito di quasi tutta la penisola iberica ed aveva posto l’assedio a Cartagena. Con l’aiuto di Magone Asdrubale riuscì ad aprirsi un varco verso Nord, attraverso i Pirenei e le Alpi, per tentare di portare aiuto ad Annibale in Italia, tentativo conclusosi tragicamente sul Metauro, come abbiamo visto, con la sua sconfitta e la sua morte.  Sconfitto a sua volta da Scipione, nel 206 Magone abbandona l’Iberia e passa a Minorca, nelle Baleari, per arruolare un nuovo esercito di mercenari. A Minorca costruisce il porto che ancora oggi porta il suo nome, Port Mahon, poi, con un nuovo esercito, sbarca in Liguria e riesce a ricongiungersi con l’esercito di Annibale. Ma, richiamato in patria, scomparirà in mare con la sua nave durante il viaggio di ritorno a Cartagine.    E, per concludere, una nota di colore. La spagnola salsa mahonesa, salsa di Magone, un’emulsione di uovo, olio e succo di limone da lui inventata, è nota in tutto il mondo con il nome di Maionese. Quando la mangerete, la prossima volta, rivolgete dunque un pensiero reverente al grande  Cartaginese.

 

Ugo Passanisi

LA SICILIA FRA CARTAGINESI E ROMANI – RIEVOCAZIONI STORICHE DELL’AUGUSTANO UGO PASSANISIultima modifica: 2015-10-19T10:54:17+02:00da leodar1
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