L’ASINO, LA METAMORFOSI E IL FANNULLONE

Una favoletta allegorica dell’augustano Francesco Migneco, sopravvissuto ai bombardamenti del 13 maggio 1943, ricordati in quest’apologo

asino-ragusano.jpgAUGUSTA- È una favola, ma non lo è! Spesso nella vita accade che essa si avveri, e chi se la sente se la suoni.  In una tranquilla e ridente cittadina che si affacciava sul mare azzurro, quasi a confondersi in un idilliaco abbraccio con quello del cielo, e di fronte a farle corona, un massiccio e ameno promontorio, da cui si poteva ammirare tutta la sua bellezza, vivevano un asino e un fannullone. L’asino, qualche anno più vecchio del fannullone. Questa precisazione è fondamentale nel significato del nostro racconto. La quotidiana vita dell’asino si svolgeva silenziosa, costante e laboriosa. Attendeva al proprio lavoro meritando sovente di pascolare libero e nutrirsi del pascolo della vita. Il fannullone, invece, che per atavica eredità aveva acquisito tutti i vizi e nessun pregio, bighellonava lezioso per il paese a far niente. Anzi, si diceva in giro, che se per avventura avesse incontrato “il Lavoro” di gran fretta girava di “bitta”. Così passavano gli anni l’uno nel suo laborioso lavoro, l’altro a restare fannullone. Avvenne tutto all’improvviso in un uggioso giorno di maggio. Nel cielo giuggiulavano sparse nuvole,  ove a tratti il sole faceva capolino, lasciando trasparire il tiepido calore dell’incipiente primavera. Nulla faceva presagire l’avventarsi del peggio, anche se verso mezzogiorno si era levato un venticello di maestrale del tutto fuori stagione che presto divenne tempesta. E fu d’improvviso!

Un tumultuare procelloso, violento, impietoso, distruttore e distruttivo che non lascia scampo. Un fortunale: forza incontrastata della natura. Le povere case del paese vennero sventrate e sollevate dal vortice, e danzavano nell’aria come fuscelli, tra le urla, le grida  e il terrore della gente travolta dalle macerie, trafitta dai rottami appuntiti conficcati nella carne macerata. In quell’inferno così repentino sceso dal cielo, dove era l’asino e dove era il fannullone? Bene! L’asino, assistito da  una buona stella, trovandosi nel mezzo di quella bufera, trovò un provvidenziale ed estremo rifugio in un piccolo anfratto che lo risparmiò dalle serie ingiurie del fortunale. Portò per tutto il tempo a venire, nel cuore e nella mente i tragici momenti vissuti. E il fannullone? Alle prime avvisaglie del fortunale non si trovava in paese, ma andò a rifugiarsi nelle sicure grotte del promontorio da dove la tempesta scorse marginalmente. Accucciato, pavido, tra l’altro com’era, in un angolo lontano dagli ululati del vento, dalle raffiche scroscianti della tempesta. Il fortunale si abbatté sulla povera cittadina per due volte consecutive sommando lutti a distruzioni. Quando tornò la quiete, una quiete che rivelava il silenzio della morte, lentamente i superstiti laceri martoriati, provati, inebetiti si riversavano sulla strada. L’asino da quella tragica giornata visse e sopravvisse e portò negli occhi e nella mente quello spettacolo immane e disumano. Quando, come appresso diremo avviene la metamorfosi e l’asino potrà dire di quell’evento, perché solo chi lo vive lo conserva nella memoria. Il fannullone, uscito indenne dal sicuro rifugio si limitò a guardare dall’alto del promontorio il paese livellato dal fortunale, il denso fumo che si levava dalle case distrutte, la vagante immensa nuvola di polvere che si estendeva da un capo all’altro dell’abitato. Null’altro. Trascorre il tempo e la vita continua. Mutano le condizioni, gli usi e i costumi, avvenne la metamorfosi dell’asino:  mangiò la corona di alloro  che gli consentì di perdere le sue animali sembianze e diventare un essere mortale, un uomo. Portò con sé laboriosità, costanza, tolleranza, propensione allo studio e sacrificio, tant’è vero che supera meritatamente i gradi di insegnamento, approdando al titolo delle querce incrociate. E il fannullone? Rimase tale, schiacciato dalla propria neghittosità, tentando senza successo di avviarsi al commercio e diventare commerciante. Vivacchiò sino ai capelli grigi, rimanendo misero bottegaio. Il tempo trascorre ancora, trascinando lentamente sia l’asino della metamorfosi e sia il fannullone verso l’inesorabile vecchiaia. E venne il tempo della memoria! Quell’antico fortunale, per moltissimi anni la comunità cittadina l’aveva dimenticato. Aveva dimenticato soprattutto quelle vittime che in quel frangente, vennero strappate crudelmente alla vita. Era stato, invero, un segmento di memoria rubato ai morti e alla storia della città. Ebbene, l’asino della metamorfosi diventato uomo non aveva dimenticato ciò che visse e sofferse,  e poi disse a gran voce, e poi scrisse suscitando la memoria tradita, riproponendo il segno dell’orgoglio, della gratitudine della città, ad onorare le vittime di quel disastro. Guarda caso un’esplosione di coscienza collettiva? Farsi avanti una pletora di storici da garitta, di pseudo cultori di storia patria fino ad allora ignari e in letargo, calcare la ribalta dell’apparire, alla stessa stregua di scribi e farisei  a dissacrare il tempio, a fasciarsi di un simbolo non suo e rendere testimonianze non loro. Anche il fannullone, canuto per vecchiaia e non anche per fatica, dirsi testimone di quell’antico inferno di maggio. Cosa poteva, come non può, dire e aggiungere a cosa aveva già detto e scritto l’uomo della metamorfosi, l’unico a poter narrare e dire: “…io c’ero…” Lui, il fannullone, che il paese aveva sempre considerato tale, cercava anche una sua risibile scena, egli, il fannullone del “giro di bitta”. Per inciso e al fine di comprendere meglio il senso della nostra favola è bene dire che quando quel fortunale di maggio s’avventò come uccello rapace sul paese inerme, l’asino della metamorfosi contava quasi tredici anni, già adulto per le privazioni e sofferenze e prima del suo ciclo biologico. I protagonisti di questa favola vivono ancora in essa. Il Fannullone vegeta e continua a bighellonare, tanto che fatica ha fatto per vivere, non ha mai conosciuto il freddo pungente dell’alzarsi all’alba per raggiungere il lavoro, ne’ ha conosciuto la brezza mattutina dell’estate, nè provare l’ebbrezza di vedere le ultime stelle svanire lentamente nel cielo, catturate dal suo azzurro infinito. Infine, l’asino che mangiò la corona di alloro e la metamorfosi lo rese uomo, divenne un rispettato essere normale, ben visto dalla comunità, pieno di risorse, di rispettata intelligenza, di costante laboriosità, parsimonioso, comprensivo e tollerante, mentre il fannullone è rimasto e rimane tale, ignorante piatto, come nella scuola, così nella vita.-

 

       Francesco Migneco

L’ASINO, LA METAMORFOSI E IL FANNULLONEultima modifica: 2013-05-30T23:26:00+02:00da leodar1
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