L’Italia dietro le sbarre: una vergogna nazionale!

Ho preso spunto dal più recente , drammatico ed oltremodo eloquente evento  –  di G. Intravaia

intravaia.jpgLuigi Fallico, 59 anni, ritenuto uno dei fondatori delle nuove Brigate Rosse, l’hanno trovato riverso nel letto, in pigiama, nella sua cella, gli agenti della polizia penitenziaria del carcere di Viterbo. Alle 9,30 non si era ancora alzato. Si avvicinano per chiedergli se si sente male. Non risponde. Lo scuotono un po’. Si accorgono che   era morto. Il medico ,poi ,certifica che il decesso è avvenuto quattro o cinque ore prima, sul corpo non c’è alcun segno di violenza, l’ipotesi più probabile è che Fallico sia stato vittima di un infarto. Il suo avvocato difensore  racconta di averlo  visto il 19 maggio scorso, quando aveva voluto essere presente a un’udienza di un processo che lo riguardava: << Aveva avvertito fortissimi dolori al petto ed era stato trasportato nell’infermeria del carcere di Viterbo, dove gli avevano riscontrati valori della pressione arteriosa molto elevati. Invece di trasferirlo in una struttura ospedaliera attrezzata lo hanno riportato in cella. All’udienza del 19 maggio si sentiva ancora poco bene >>.Con la morte di Fallico,   salgono a tre i decessi nel carcere di Viterbo nell’arco di un mese: “Fallico, soffrente di problemi cardiaci ed ipertensione, aveva accusato un dolore al petto ed era stato visitato in infermeria, dove gli erano state somministrate una tachipirina ed un farmaco dilatatore delle coronarie. Questo è solo l’episodio  più recente , di una storia infinita di morti annunciate.. Il 18 aprile scorso a morire era stato un cittadino Senegalese di 30 anni,   il quale , poco prima di essere arrestato aveva subito un intervento chirurgico  alla testa per la asportazione un ematoma dal cervello e, per questo, era  costretto in cella …. pur essendo privo di parte della calotta cranica. ! Domenica 15 maggio, invece, un Agente della  Polizia Penitenziaria  si era tolto la vita sparandosi nello spogliatoio del carcere poco prima di prendere servizio: aveva 42 anni .

. Tre decessi in un mese solo  nel carcere di Viterbo ,costituiscono una media altissima che non solo deve preoccuparci  molto , ma deve interrogarci , perché si tratta di eventi drammatici avvenuti nonostante l’impegno della direzione, degli agenti di polizia penitenziaria e delle altre professionalità che lavorano in quella struttura. Una storia che   si espande a  macchia d’olio su tutto il territorio del Paese .Ognuno di questi decessi è una storia diversa con, però, una matrice comune: quella di poter essere attribuito al sovraffollamento e alle drammatiche condizioni di vita negli istituti. Sovraffollamento, carenze di personale e penuria di risorse non consentono di garantire a quanti vivono il carcere, siano essi detenuti o agenti di polizia penitenziaria, adeguate condizioni di sicurezza. In qualsiasi altro contesto, un disagio psichico o fisico sarebbe adeguatamente curato per prevenire conseguenze gravi. Nelle carceri, invece ( da Nord a Sud, da Est a Ovest )  ogni situazione di disagio può nascondere una potenziale, drammatica, fine. Salgono a 67, dall’inizio dell’anno, i decessi conteggiati dal  D.A.P. ( il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ) nelle carceri italiane: 24 i suicidi –  gli altri  decessi – sono attribuiti a “cause naturali”. In realtà , i decessi ,ammontano a  molti di più: se un detenuto infatti muore dopo qualche giorno di agonia nel letto di un ospedale ( ove è stato trasferito )non viene conteggiato tra le morti in carcere. Allo scorso  mese di Aprile i 208 Istituti Penitenziari italiani erano stipati di ben 67.510 detenuti, a fronte di 45.543 posti regolamentari. Una situazione che si traduce in un peggioramento delle condizioni igienico-sanitarie e in un incremento del numero di morti. Sempre nel 2011 sono stati 337 i tentati suicidi, mentre gli atti di autolesionismo sono arrivati a 1.858, e a questi vanno aggiunte le aggressioni che hanno portato a 1.389 ferimenti e a 508 colluttazioni. Dal 2000 a oggi sono morti 1.800 detenuti, di cui un terzo (650) per suicidio. E ancora: dal 1990 al 2010 sono stati 1.093 i detenuti che si sono tolti la vita in cella, mentre i tentati suicidi sono stati 15.974, con una frequenza media di 150 casi ogni 10mila detenuti. Il 2010 si è chiuso con 63 casi di suicidio. Nell’anno precedente , nel  2009 ,se ne contano  72. Una   situazione  di illegalità  palese da parte dello Stato che- paradossalmente – viola in modo pervicace e continuativo la sua stessa legge. Questi sono i fatti. Queste sono le cifre da opporre a quanti reagiscono con un moto tra la stizza e il fastidio.  Non molti, a dire il vero, dal momento che gli organi di informazione non hanno praticamente riferito nulla in merito.    Le cifre ,  dicono che non si tratta di un’esagerazione : dovrebbe far riflettere il fatto che in undici anni si sono tolti la vita ben 87 Agenti di Polizia Penitenziaria. Non sappiamo i loro nomi, le loro storie. Ma sono certo che scavando nel loro vissuto emergerebbero cause  strettamente connesse con le condizioni di lavoro in cui sono stati costretti ad operare , e che non sono affatto estranee alla decisione di farla finita.    Voglio ricordare   che nella nostra Costituzione è contenuta  una norma che non viene mai richiamata: il comma 4 dell’articolo 13, nel quale è prevista la punizione della  violenza commessa sulle persone che sono private della libertà. Ebbene, detenuti ammassati in meno di un metro e mezzo a testa – la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ne prevede tre, l’Ordinamento Penitenziario  addirittura sette – chiusi in cella a far nulla per  20 o 22 ore al giorno, non sono forse oggetto di   inequivocabili      atti di violenza? Le carceri italiane sono divenute – ormai da tempo , da troppo tempo , in un assordante e colpevole silenzio  globale – una enorme discarica sociale e umana resa tale anche da    una situazione strutturale   che è figlia  di una legislazione schizofrenica, la quale  non riesce a programmare l’intervento penale in maniera razionale, che pretende di dare risposte di tipo emotivo, simbolico a problemi di carattere sociale e quindi crea da un lato l’ingolfamento del sistema penale, dall’altro un affollamento del Sistema Penitenziario, e tuttavia non riesce   davvero a richiamare l’attenzione di tutti   sul gravissimo problema del Diritto  e della Dignità della Persona Umana , costantemente violati e stravolti.

Avv. Giovanni Intravaia  presidente Osservatorio Cattolico “Pro Iure et Iustitia”  (nella foto in alto)

L’Italia dietro le sbarre: una vergogna nazionale!ultima modifica: 2011-05-26T22:50:00+02:00da leodar1
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