26 luglio 2009

La porta spagnola di Augusta

porta.jpgAUGUSTA. Correva l'anno 1681. I conquistatori spagnoli tenevano saldo il potere in Sicilia. Nell'Isola a rappresentare il re "cattolicissimo" Carlo II era il conte Francesco di Benavides, uno di quei nobili carichi di titoli che potevano aspirare a svolgere la funzione di viceré. Benavides, nel 1680, vide bene di persona in quale stato miserando era ridotta Augusta, dopo  circa un triennio di occupazione francese (agosto 1675-marzo 1678), e decise di porre riparo alla situazione , provvedendo specialmente  a un nuovo sistema difensivo. Già all'epoca, il viceré stimava  il porto di Augusta come uno dei più importanti dei domini reali spagnoli e, quindi, era necessario provvedere alla sua difesa. Per la tutela della città e del suo porto, Benavides incaricò   Carlos  De Grunembergh, un nobile di chiara fama come ingegnere. De Grunembergh apportò molte migliorie alle fortificazioni esistenti e progettò due monumentali porte di terra:  della prima, detta del Rivellino o Quintana (dal nome di un consigliere del viceré, che diresse i lavori)  rimangono  parte dello stipite sinistro e la colonna tortile,che ricorda, cioè, una spirale, che aveva funzione eminentemente decorativa; la seconda è rimasta praticamente integra,  sopravvissuta alla voracità del tempo e a quella degli uomini: è l'arco, sotto cui, fino a vent'anni fa, era obbligatorio passare per entrare in Augusta. E' la Porta Spagnola, simbolo riconosciuto di Augusta, come il teatro greco lo è di Siracusa e la statua dell'elefante di Catania. Fin a quando ha avuto vita la Banca popolare di Augusta (oggi di proprietà della Banca agricola popolare di Ragusa), il profilo della Porta Spagnola era riprodotto sugli assegni  e sulle copertine dei bilanci dell'istituto di credito,  come  segno distintivo per indicare l'indissolubile nesso tra banca e città, dov'era nata alla fine dell'Ottocento.  Nel 1681, dunque, la monumentale porta, progettata da De Grunembergh,  fu portata a termine con  piena  soddisfazione degli augustani che si sentivano più sicuri,  più protetti da ben tre porte  (della prima, quella più vicina al centro abitato, denominata Porta Madre di Dio, non sono visibili resti), ma, soprattutto, con il legittimo orgoglio del fedele  viceré spagnolo , in onore del quale fu incisa la seguente epigrafe in latino:

D.O.M. CAROLO II HISPANIARVM AC SICILIAE REGE IMPERANTE DON FRANCISCVS BENAVIDES COMES SANTISTEVAN SICILIAE PROREX IN TANTI PORTVS LITORE MVNIENDO NON SOLVM SICILIAE SED TOTIVS ITALIAE ET CHRISTIANI NOMINIS INCOLVMITATI CONSVLERE EXISTIMAVIT ANNO M DC XXCI.

L'acronimo D.O.M. sta per a Dio Ottimo Massimo  e immediatamente richiama alla memoria un'analoga iscrizione romana, laddove in luogo di Dio si deve leggere Giove.  L'epigrafe riferisce che:

REGNANDO CARLO II IN SPAGNA E IN SICILIA,  DON FRANCESCO BENAVIDES, CONTE DI SANTOSTEFANO E VICERE' DI SICILIA, NEL FORTIFICARE IL LITORALE DI UN COSI' GRANDE PORTO, STIMO' DI PROVVEDERE  ALLA SALVEZZA NON SOLO DELLA SICILIA, MA DELL'ITALIA INTERA  E DELLA CRISTIANITA' (1681).

Dopo gl'interventi di pulitura e di restauro, portati a termine qualche anno fa, sotto la tutela della soprintendente Mariella Muti, l'epigrafe è oggi maggiormente leggibile nella lapide marmorea  murata sopra un mascherone posto in rilievo nella chiave dell'arco e sotto l'enorme scudo regio di Carlo II.  Questo stemmaimperiale, collocato al vertice della Porta Spagnola  è sostenuto ai lati da due grifoni  e circondato dal collare del prestigioso ordine cavalleresco  spagnolo del Toson d'oro, conferito  ai nobili che erano in grado di difendere la chiesa cattolica e garantire sicurezza alla cosa pubblica Del Toson d'oro si sono fregiati gli Asburgo d'Austria e di Spagna e Carlo II è stato proprio l'ultimo asburgo a regnare in Spagna.

In posizione decisamente inferiore, ma posti  al di sopra dei pilastri laterali  della Porta gli stemmi nobiliari del viceré Benavides che sovrastano due altri mascheroni, di dimensioni inferiori a quello centrale.

La Porta Spagnola di Augusta è sopravvissuta all'"immane terremoto" del 9 e 11 gennaio 1693, alle bombe sganciate dagli Americani il l3 maggio del 1943 . Riuscirà a sopravvivere alle ferite  inferte dagli uomini? Un arco analogo a Siracusa  è stato distrutto durante il  regime fascista e i suoi pezzi sono conservati al museo Bellomo. Ad Augusta i vandali storici e quelli occasionali sono stati vinti. Almeno fin ora.

 Giorgio Càsole

24 luglio 2009

Urbem Syracusas summam esse graecarum

tullio.pngSono parole di Marco Tullio Cicerone, uno dei massimi scrittori della latinità, avvocato tra i maggiori di Roma e uomo politico influente all'epoca di Giulio Cesare. Per Cicerone, Siracusa era la più grande  delle città greche. I Romani conquistatori erano un popolo rozzo, praticamente senza cultura, che, per cinque secoli non avevano prodotto  una letteratura. Quando nel  III  secolo a. C. conquistarono le colonie della Magna Grecia nel meridione d'Italia, rimasero  affascinati dalla cultura ellenica, in tutte le sue espressioni artistiche, e cominciarono, allora, ad assimilarla fino a farla diventare propria. " Graecia capta ferum victorem cepit", cioè la Grecia conquistata conquistò il feroce vincitore, riconobbe secoli dopo il grande poeta Orazio, il poeta del celebre "carpe diem", dell'età di quell'Ottaviano che fu elevato all'onore di Augusto, dopo aver sconfitto Marco Antonio, segnando così la fine delle guerre civili. I poeti, gl'intellettuali in genere, da Roma si recavano spesso in Grecia, considerata la patria della cultura,  del pensiero filosofico,  delle radici mitiche. La mitologia romana, che era la loro  religione,  è tutta impregnata di radici greche. I Romani si limitarono a mutare i nomi degli dei greci:  Zeus, il  sommo dio, divenne Giove, la di lui moglie Era  fu chiamata  Giunone, il mitico semidio Eracle Ercole, e così via.  Dunque, non poteva che essere entusiastico il giudizio di Cicerone quando vide e visitò Siracusa, una delle capitali della Magna Grecia, che aveva una vita di circa sette secoli all'epoca di Cicerone, il quale  la definì anche la più bella di tutte le città. Dovette apparire all'illustre senatore romano come una metropoli , anche perché Siracusa era una pentapoli, comprendeva, cioè,cinque città (da intendere, ovviamente, con il significato del tempo): Acradina, Epipoli, Neàpolis, Tyche e, naturalmente, Ortigia, l'isola del mito di Alfeo e Aretusa,che i greci fondatori della città avevano importato dalla madre patria, vero e proprio mito di fondazione, tant'è vero che si può  usare "aretuseo" come sinonimo di "siracusano". Secondo il mito, Alfeo, figlio di Oceano e Teti, si era innamorato della ninfa Aretusa e, per conquistarla, assunse l'aspetto di un cacciatore. Aretusa, avvertito il pericolo, fuggì velocemente e lontano: attraversò il mare, approdò in Sicilia e trovò rifugio nell'isola di Ortigia, cara alla dea Artemide, Diana per i Romani (Ortigia è uno dei soprannomi della dea). Per sottrarla del tutto alle grinfie di Alfeo,  Artemide trasformò la ninfa  in sorgente. Alfeo, profondamente innamorato,  dio di un fiume che scorreva oltre il monte Olimpo, fece scorrere le acque sotto il mare per emergere a Ortigia dove esse  si mescolarono a quelle di Aretusa. La "fonte Aretusa",nel cuore di Ortigia, è uno dei percorsi obbligati di chi visita Siracusa, che potrebbe essere considerata  il degno coronamento di un viaggio in Sicilia, l'isola che è al centro del Mediterraneo e che potrebbe essere considerata per il clima mite la  California dell'Unione Europea. Guy de Maupassant, scrittore francese di  fine Ottocento,  riferendosi proprio a Siracusa, osservava : "E' con questa graziosa e singolare cittadina che bisogna concludere un'escursione in Sicilia." A Siracusa le vestigia della  civiltà greca non sono soltanto reperti  da ammirare, ma  testimonianze "vive", come, per esempio, l'amplissima cavea del teatro, il più grande dei teatri greci, dopo quello di Epidauro in Grecia, dove ogni anno, i n primavera, attori professionisti fanno rivivere sulla scena i  capolavori dei grandi tragici greci, Eschilo, Sofocle, Euripide, realizzando una suggestione unica, che fa rituffare gli spettatori in un passato remoto e alonato di misticismo, quando, per i greci, andare a teatro era, come per i cattolici, andare a messa.  Non molto distante dal teatro greco il parco archeologico della Neàpolis con  quella grotta straordinaria per morfologia e acustica, che è definita" l'orecchio di  Dionisio," perché, secondo la tradizione orale, uno dei tiranni di Siracusa, Dionisio o Dionigi, posto alla sommità, riusciva ad ascoltare distintamente i discorsi dei prigionieri rinchiusi all'interno della grotta, che sembra avere, appunto, la forma di un grande orecchio di pietra. Alle vestigia greche si affiancano quelle  romane con un gruppo di tombe di età imperiale, tra cui potrebbe esserci anche quella dove fu sepolto Archimede, il grande scienziato che fu ucciso da uno dei rozzi e feroci soldati romani, dopo l'assedio di Siracusa. A Siracusa il cristianesimo attecchì presto tanto che, nel V secolo d. C.,. a Ortigia, un tempio  dorico dedicato ad Atena, Minerva per i Romani, fu trasformato in chiesa cristiana -sono visibili all'interno le possenti colonne doriche - dedicata alla santa patrona Lucia, la martire cristiana cui furono cavati gli occhi. Un altro tempio cristiano, in tempi moderni, è stato elevato in onore della "Madonna delle Lacrime",  nel ricordo d'un evento prodigioso accaduto, sul finire degli anni  Cinquanta del secolo scorso, nella modesta  casa di una povera famiglia di operai: la lacrimazione, lacrime umane  come hanno attestato i chimici, di un quadretto di gesso raffigurante  la Madonna, usato come capezzale nella stanza da letto dei coniugi Gennuso. Siracusa, città greco-romana e cristiana , presenta  testimonianze del barocco siciliano famoso ormai nel mondo .Tuttavia, se si vuol apprezzare l'arte barocca nella sua pienezza, occorre recarsi  a Noto per ammirare la monumentalità barocca scenograficamente dispiegata lungo la via principale. Se si vuole  compiere un viaggio ancora più a ritroso nel tempo, più indietro rispetto all'epoca greca, bisogna andare a visitare la necropoli di Pantalica, nei pressi di Sortino, una cittadina sulle colline iblee dove viene prodotto il miele fra i migliori . Se si vogliono gustare le primizie della  campagna, allora ci si deve inoltrare fino a Pachino, patria dei famosi pomodorini che sembrano ciliegie e dove si producono qualità di vino che fanno  pensare all'ambrosia, il nettare degli dei. Se si ama l'habitat naturalistico,  si può andare ad ammirare i fenicotteri che vivono indisturbati nella zona umida di Vendicari , oasi protetta,che qualcuno, anni fa, voleva trasformare  in area urbanistica per edilizia residenziale.  Sarebbe stato un delitto ambientale tra i peggiori. Per fortuna non s'è avverato. Per  fortuna o per volere degli dei?  

Giorgio Càsole

10 luglio 2009

Un presidio svevo ricoperto dalla pietra "giuggiulena"

Struttura militare ma anche cuore pulsante dell'economia

dscn0921.jpgStorie e leggende, di eredità e battaglie, di rapimenti e tradimenti, di vicerè e principi,di regine e castellani si intersecano e animano il superbo castello svevo che dal 1230 a oggi domina il centro urbano della città. Dopo quello di Siracusa e di Lentini, questo di Augusta testimonia il completamento della trilogia architettonica e monumentale di Federico II che fu usata come fortezza militare ma che presentava soprattutto una valenza strategica, paesaggistica ed economica di primaria importanza. Si deve, ancora una volta, a Giuseppe Agnello lo studio sistematico del castello augustano che oggi la Sovrintendenza di Siracusa sta facendo rivivere con interventi di restauro e di fruizione pubblica. Con Laura Cassataro chiudiamo l'anello informativo di questo percorso federiciano nei tre siti della provincia siracusana. «Sì. Da un'epigrafe apprendiamo che il cantiere si aprì nel 1232 e si chiuse nel 1242. Questo castello, inoltre, viene menzionato nella più antica lista angioina dei castelli della Sicilia nel 1274 e nel 1278. La superficie dell'edificio si sviluppa su un'area di 3.844 metri quadrati. E ha una pianta quadrata di 63 metri per lato, una corte interna con ali edilizie precedute da portici, torri angolari non perfettamente quadrate e torri rettangolari mediane lungo i lati est e ovest; infine, una torre poligonale, forse ottagona in origine, in posizione mediana lungo il lato sud. Lo spessore dei muri perimetrali è di metri 2,60 realizzato con conci di pietra arenaria». Cosa possiamo aggiungere sulla disposizione interna?
«All'interno, lungo la corte aperta (metri 31,40 x 26,30, ndr), corre un doppio portico lungo il lato Sud e tre portici lungo gli altri lati. I portici sono articolati in crocierine di metri 4,40 x metri 3,70 e si aprono sul cortile con arcate ogivali larghe metri3,30 e alte metri 4,60. L'ala nord presenta crociere le cui dimensioni richiamano maggiormente quelle del castello Maniace, essendo perfettamente quadrate con il lato di metri 8,65. Il prospetto sud, che è quello principale, colpisce subito per la massiccia torre poligonale rivestita di conci a bugnato in pietra "giuggiulena" (roccia sedimentaria costituita in gran parte da sabbie gialle n.d.r.) posta al centro della struttura».
Insomma, un vero capolavoro architettonico. «L'impatto visivo del castello è di forte suggestione, sia per l'altezza dell'edificio , circa 23 metri sul mare, che per la maestosità della torre. Nel cortile si trova ancora un pozzo profondo 9 metri, esistente nella fabbrica federiciana». Quali sono le parti più interessanti del sito augustano? «Tutto il castello è da ammirare: il portico, l'atrio, l'ala Ovest, il muro perimetrale di mt,60, l'ala Nord, le porte, le scale, il vestibolo e l'ala Est con la sua maestosa torre mediana. L'unica che non ha subito alterazioni e intonacature, di forma rettangolare: nel lato lungo metri 10,40 in quello corto metri 4, all'interno della quale si trova una cisterna la cui acqua poteva essere attinta dalla terrazza. Anche la struttura del castello di Augusta consiste in un'unica, grande, lineare e quasi continua camerata che corre attorno ad un cortile somigliando, secondo me, ad un grande "baglio". Forse questa è l'unicità che affascina, come l'unicità del Castello Maniace».
Quando questi tre gioielli federiciani saranno fruibili totalmente, costituiranno un'autentica ricchezza per le tre città, per il turismo, per l'economia e di conseguenza per l'immagine del territorio_siracusano.
        
                 G. A.  - fonte LA SICILIA - FOTO G. TRINGALI 

 

13 maggio 2009

AUGUSTA, 13 maggio 1943

L’ inferno scese dal cielo

foto Migneco.jpgIn occasione dell’ ultimo incontro del corso Pon  “Costruiamo la cittàdi tutti”, l’ ex pretore onorario di Augusta, l’ avvocato Francesco Migneco, ha illustrato ai  ragazzi iscritti in cosa consiste il codice penale, quello civile e le altre leggi che regolano la vita di noi italiani facendo riferimento anche alle esperienze personali vissute durante la sua carriera. Gli studenti partecipanti, hanno seguito con particolare attenzione e interesse questa sua esposizione che comprendeva anche un accenno sulla Costituzione, ossia l’ insieme dei diritti e dei doveri del cittadino. Gli onori di casa sono stati fatti dal prof. Giorgio Càsole, tutor del progetto e dalla dott/ssa Rabbito, esperta in comunicazione internazionale, responsabile di uno dei moduli in cui il PON è stato articolato.  La seconda parte dell’incontro-lezione, l’ avvocato Francesco Migneco, l’ha dedicata al terribile giorno del 13 maggio 1943, quando la città di Augusta fu colpita da un violento bombardamento che ferì sia fisicamente che moralmente tutti gli augustani, tanto che molti si trascinarono negli anni a venire mutilazioni nel corpo e nello spirito. Centinaia furono le vittime tra certi e ignoti. Questi cittadini persero  la propria vita perché non lasciarono la loro casa, o meglio per non averla potuta lasciare in quanto non sapevano dove andare. Anche se gli autori del terribile bombardamento, attuato in due ondate, cioè gli americani avevano avvertito la popolazione, attraverso migliaia di volantini  gettati da 5 mila metri d’altezza, di evacuare la città. Non dimentichiamo che ancora in quell’anno l’Italia era alleata della Germania nazista e gli Americani vennero in Europa per liberare i cittadini dalle dittature nazista e fascista. Questa è una pagina di storia che riguarda tutti noi e che ci unisce nello spirito. A tale avvenimento, lo stesso avvocato Francesco Migneco ha scritto il libro: Augusta, 13 maggio 1943: l’ inferno scese dal cielo che troveremo fra breve nelle librerie. La trama riguarda l’ autore in prima persona. Aveva 12 anni e ricorda brivido e paura che iniziarono alle 12.41 di quel famigerato 13 maggio;  le bombe sganciate  furono circa 50.000 provocando l’ inferno. 13.47: secondo bombardamento; questa volta volarono più basso, e lui sorpreso dall’ attacco mentre beveva a una fontanella, cercò di proteggersi accucciandosi sotto di essa e le bombe che cadevano a 500 metri da lui. L’ inferno durò 17 minuti e quando il futuro avvocato  si svegliò tra la polvere e il ferro arroventato illeso, giunse a casa, dove una sola cosa lo consolò: l’ abbraccio di suo padre: il più bell’ abbraccio della sua vita. Questo racconto ha provocato grande commozione in tutti  i giovani licealiInfine l’ avvocato ha concluso dicendo: “La conoscenza umana non dovrebbe mai conoscere queste cose terribili”.

         Cristina Ciacchella,  Fabrizia Ronsisvalle

 

 

24 gennaio 2009

Mustang Ranch e Joe Conforte

Mustang Ranch, il casino più famoso d'America riapre i battenti

mustang.jpgRiapre i battenti il Mustang Ranch, il bordello più famoso degli Stati Uniti d'America che Joe Conforte aprì nel 1967 per farlo diventare un vero e proprio avamposto della lotta per la legalizzazione della prostituzione. Nel 1971, la contea di Storey Country, luogo scelto da Conforte per la sua attività, concedeva la licenza per gestire il primo bordello legale degli Stati Uniti. Oggi, la prostituzione è legale in dieci delle diciassette contee dello stato del Nevada. Nel 1991 il Mustang Ranch è stato venduto per un milione e mezzo di dollari. Ora il nuovo proprietario Lance Gilman (l'uomo che ha acquistato il Mustang Ranch su eBay per 145.000 dollari) ha dichiarato: "Per me questo posto è un pezzo di storia degli Stati Uniti e meritava di essere salvato, ma l'ho comprato per farlo lavorare e ho voluto ristrutturarlo senza badare a spese. Siamo anche riusciti a ricostruire il bar e la sala dove sfilano le ragazze in modo che fossero identici all'originale, e sono molto soddisfatto del risultato complessivo. Ora il Mustang Ranch è davvero di categoria extralusso".

 

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08 dicembre 2008

Quaranta anni fa ad Avola

AVOLA. Quarant’anni fa erano in vigore le cosiddette gabbie salariali, misure protezionistiche che, però, giIATT00011620081202.jpgcausavano ingiuste discrepanze fra i lavoratori di uno stesso settore. Nella provincia di Siracusa, per esempio, i braccianti di Avola e dintorni percepivano 300 lire meno di altri braccianti che svolgevano lo stesso lavoro in altre campagne. Poiché gli agrari, cioè i proprietari delle terre, di Avola e dintorni, ivi compresa la marchesa di Cassibile, non volevano colmare la differenza, i braccianti esasperati decisero, il 24 novembre del ’68, di bloccare la statale 115, nella speranza che si potesse trovare l’accordo, grazie all’intervento del prefetto aretuseo. Ma gli agrari facevano orecchi da blocco.jpgmercante, pur di non cedere sulle 300 lire che , però, gli stessi davano ad altri braccianti in altre aree della stessa provincia. Il blocco statale resistette fino alle 14 del 2 dicembre. A quell’ora di quel giorno fatale il sangue dei lavoratori bagnò l’asfalto. Colpiti dai proiettili dei poliziotti, morirono Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia e furono feriti altri quarantotto braccianti, di cui cinque gravemente. La spiegazione ufficiale della polizia fu la seguente. Un reparto celere, fatto venire apposta da Catania, aveva lanciato petardi lacrimogeni per vincere la resistenza dei braccianti. I quali giIATT00021620081202.jpgreagirono lanciando sassi verso i poliziotti, mentre il fumo causato dai lacrimogeni, a causa del vento contrario investiva gli stessi poliziotti. Per tutta risposta, i celerini, imbracciate le armi, spararono contro la folla dei braccianti pallottole vere, non a salve – come avevano pensato in un primo momento i lavoratori. Alla fine della sparatoria, furono raccolti tre chili di bossoli. L’unico a pagare per i morti di Avola fu l’allora questore di Siracusa, Politi, immediatamente rimosso dal ministero dell’Interno, Restivo, mentre il prefetto fu addirittura promosso. Eppure aveva maggiori responsabilità di Politi. Politi, che era stato commissario ad Augusta, non aveva dato l’ordine di sparare ed è morto con quest’onta del suo nome. Dopo i morti e i feriti, gli agrari si affrettarono a firmare l’accordo per concedere le sospirate trecento lire. Stava per concludersi il 1968, l’anno delle rivolte studentesche, l’anno in cui si rivendicò  “la fantasia al potere”, l’anno delle grandi speranze giovanili, delle illusioni di un mondo più giusto. A parte la destituzione del questore Politi, non ci fu altro provvedimento. Nessuno ha pagato per i morti e per i feriti di Avola, morti e feriti per appena trecento lire. La giustizia ufficiale di questo Paese non ha ritenuto di perseguire nessuno. Nemmeno la grande stampa, la stampa del nord, per intenderci, ha memoria di questi che da noi sono ricordati come “I fatti di Avola”. Abbiamo cercato invano un riscontro nelle pubblicazioni che , a iosa quasi, sono usciti negli anni scorsi per ricordare il Novecento o gli anni della cosiddetta Prima repubblica italiana. Anche la stampa isolana, eccezion fatta per il quotidiano catanese La Sicilia, non ha dedicato grande spazio al quarantesimo anniversario di quei fatti di cui le giovani generazioni sanno pochissimo o nulla. Per quest’ultima ragione, meriterebbe d’essere visto dal maggior numero di studenti della nostra provincia, lo spettacolo intitolato proprio “I fatti di Avola”, cucito con consumata abilità dal catanese Filippo Arriva, anche sulla scorta di una pubblicazione dell’avolese Sebastiano Burgaretta, diretto con rigore dal messinese Walter Manfrè ( uno dei primissimi allievi dello Stabile di Catania) e interpretato con maestria dal siracusano Carlo Muratori, noto più come sensibile esecutore di canzoni siciliane, affiancato da Stefania Bongiovanni e da Doriana Li Fauci, che hanno dato voce alla cronaca e fatto vibrare lo spirito dolente dei lavoratori. Muratori, padrone della scena dall’inizio alla fine, è stato accompagnato da Maria Teresa Arturia alla fisarmonica, da Marco Carnemolla alla chitarra e, soprattutto, Francesco Bazzano alle percussioni, anch’essi sempre sulla scena. Lo spettacolo è stato dato sotto l’egida della Provincia regionale, rappresentata dal presidente, l’avolese Nicola Bono, nel bellissimo cine-teatro Odeon di Avola, aperto a tutti. All’ingresso non c’era la ressa che ci saremmo aspettati. Sono trascorsi quarantacinque minuti perché la platea si riempisse lentamente. Forse la gente di Avola non ha ancora “metabolizzato” quei morti e quei feriti. Comunque, i giovani erano assenti. Sarebbe stato più opportuno un maggiore e più capillare coinvolgimento. Per esempio, visto che sulla scena si è fatto uso di un televisore per far vedere immagini dell’epoca, sarebbe stato interessante, certamente più toccante, trasmettere immagini di repertorio proprio dei Fatti di Avola e anche far sentire qualche testimonianza di sopravvissuti o attraverso lo schermo o, addirittura, sul palco. Per la sua interpretazione Carlo Muratori è stato candidato a ricevere il premio Rubens, ideato da Vittorio Ribaudo, in occasione della 27° edizione che sarà celebrata il 20 dicembre al teatro della banchina torpediniere nella base militare di Augusta.

Giorgio Càsole

11 aprile 2008

In copertina su " Giornale di Augusta" n° 34 - Giugno 2008

Arsenale di Augusta: fiore all’occhiello della Marina Italiana

fd0cfa7741004f2be4c8d29c75f14439.jpgFederico II di Svevia non aveva dubbi sulla città di Augusta in seno alla politica economica attuata dopo le sanguinose repressioni storiche del 1232 che avrebbe portato ad una radicale trasformazione territoriale nella sicilia orientale ed alla conseguente decisione di edificarvi persino la città tra il 1232 e il 1234, soprattutto per motivi di ordine militare che scaturiscono dalla strategica posizione del luogo.

La Marina, quindi, nasce con la città, anche se in un secondo momento, dopo l’Unità d’Italia e fino al primo Novecento, attribuisce un ruolo secondario al sito, il quale viene utilizzato per il rifornimento di carbone alle unità navali impegnate nelle storiche manovre. Una vera e propria base navale ad Augusta sorge a metà degli anni Trenta quando la politica italiana si accorge dell’importanza di questo ormai storico posto per trasferirci, nel 1938, la 3a Divisione Navale, mentre altre dipendenze vengono dislocate nel comprensorio di Pantano Daniele, nei pressi della stazione ferroviaria.

Successivamente, esattamente il 13 maggio 1943, durante la seconda guerra mondiale un tragico bombardamento causa gravi danni alle strutture finchè l’invasione inglese, due mesi dopo, porta alla totale interruzione  di tutte le attività del nascente Arsenale, attività che vengono riprese nel 1944, per arrivare al  1° luglio 1962 con la nascita di  MARINARSEN   AUGUSTA; il 1° luglio 1963 diventa Sezione staccata di MARINARSEN MESSINA, per essere classificato “Ente” il 1° luglio 1984, divenendo autonomo e sede di Direzione il 24.6.1987.

Il futuro vero e proprio dell’Arsenale di Augusta inizia nel 1998 con l’emissione di un Decreto Ministeriale che stabilisce nei tre Arsenali di Augusta, Taranto e La Spezia quelli che sarebbero transitati in area operativa in quanto “funzionali all’efficienza dello strumento operativo navale”.

Ripercorrendo la storia  dall’inizio, quindi, si scopre che dopo mille vicissitudini e a distanza di oltre otto secoli ci ritroviamo reindirizzati verso quella che fu all’origine, nel lontano 1232, l’intuizione del  grande imperatore Federico II di Svevia nel riconoscere ad Augusta innegabili potenzialità in tema di operatività, sicurezza e difesa, al punto di trasferire oggi da Messina ad Augusta non solo l’autonomia dell’Ente Arsenale, ma addirittura l’intero Comando Militare Marittimo di Sicilia, “MARISICILIA”.

Oggi, purtroppo, a distanza di un decennio da questo riconoscimento, le maestranze operaie stanno attraversando un momento di grande difficoltà per via di perpetuate e scellerate scelte politiche tese ad assicurare l’affidamento della maggiore produttività all’industria privata con i disastrosi risultati che hanno provocato, per certi aspetti, l’intervento della Magistratura e dell’ Ispettorato del lavoro, da un po’ di tempo impegnati incessantemente al fine di tentare il ripristino dell’ormai compromessa “legalità” in questi stabilimenti di proprietà dello Stato.

Qualche anno fa gli Arsenali di La Spezia ed Augusta venivano investiti in problematiche legate allo smaltimento dei rottami metallici e presunti illeciti amministrativi, mentre Il 10 Aprile 2008, dalla Direzione  dell’ Arsenale di Taranto  viene  data comunicazione  di voler sospendere tutte le attività industriali a seguito della chiusura del bacino Brin e, più in generale, della situazione complessiva dello stabilimento.  I lavoratori, appresa la notizia, danno vita ad una manifestazione spontanea sfilando per le strade della città.

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Ad Augusta, frattanto, nello stabilimento che potrebbe essere convertito in “Ente Pubblico Economico”, gli anziani arsenalotti guardano con nostalgia il passato, quando la professionalità delle maestranze operaie veniva esportata persino all’esterno, mentre in città correva voce che talune lavorazioni potevano essere effettuate “solo” in Arsenale per via delle ricche strutture e delle attività che venivano svolte nello stabilimento, alcuna delle quali dismesse perché superate dal tempo: la falegnameria, l’officina fabbri, la camera iperbarica, la fonderia artigianale  (tra le piu’ antiche di Sicilia e oggetto di studio da parte di organismi universitari), l’officina carpentieri in legno, l’officina siluri ed altre ancora.

Erano i tempi in cui la Direzione dello stabilimento era retta da un Capitano di fregata mentre l’operatività era affidata interamente al personale interno alla guida dei Capi Operai perché allora non c’erano ditte, nè ingegneri, nè funzionari tecnici, nè amministrativi, nè managers, nè dirigente amministrativo, nè dirigente capo del personale.

Erano i tempi in cui questo piccolo grande Arsenale di Augusta veniva definito il fiore all’occhiello della Marina Italiana.

     Giuseppe  Tringali