L’ IMPORTANZA DEL PORTO DI AUGUSTA. LA RADA, ELEMENTO ESSENZIALE E DETERMINANTE NELLA STORIA DI AUGUSTA E DEL MEDITERRANEO

l (148)AUGUSTA – La Sicilia non sarebbe stata oggetto di conquista per i Romani, Arabi, Francesi e Spagnoli se non si fosse trovata in una posizione ideale per dominare il Mediterraneo. E, proprio per questo, Augusta non sarebbe stato altro che una comunissima località rivierasca, se la natura non l’avesse dotata di una rada tale da suscitare, fin dai tempi antichi, tra i popoli del Mediterraneo, il desiderio di occuparla. La rada, come elemento essenziale e determinante nella storia di Augusta, per una serie di motivazioni condivise nel tempo da tutte le marinerie transitatevi o rimastevi a lungo. Fonti storiche, in verità poche, nessun documento che avvali  la fondazione da parte dei romani della città che vogliono dare ad Ottaviano Augusto il merito di aver fondato nel 42 a.c.  la città di Augusta, che da egli stesso avrebbe preso il nome. Infatti, le continue e secolari scorribande dei barbari, che con la loro enorme furia distruttrice che riuscivano a mettere in atto, avrebbe cancellato ogni segno o traccia di una eventuale antica città. Si suppone, anche se appare evidente, che nell’era prefedericiana, “lo scoglio” come comunemente è chiamato oggi dai “vecchi” augustani, Augusta fosse quasi disabitato ed incolto, con molta probabilità vi vivevano, in piccole e misere abitazioni, soltanto alcune famiglie di poveri pescatori. Si deve arrivare all’inizio del Tredicesimo secolo per riscontrare sulla penisola, dove molto probabilmente, esisteva già il convento di San Domenico, i primi segni di vita collettiva, accresciutasi sempre più in conseguenza della costruzione del castello  ed alla nascita della città, fortemente voluti dall’Imperatore Federico II di Svezia: germanico di stirpe, italiano di nascita, “sicilianissimo” di crescita e di formazione.   Federico II di Svevia, durante una delle “sue” battute di caccia, in occasione dei frequenti soggiorni nella vicina Catania – sempre con il proposito di portare il centro del suo Impero nel cuore del Mediterraneo, aveva fatto costruire un castello che dal 1255 è conosciuto come Castello Ursino – con sagacia, lungimiranza e con l’innato intuito da grande stratega, valorizzo il sito erigendovi ove vi era una torre di avvistamento – di quante torri di avvistamento, o semplici roche difensive vi erano su quest’isola all’inizio del duecento, non se ne conoscono la quantità –  ma in particolare su quella scelta dall’Imperatore si sa che esisteva sul luogo già in quel tempo, quella edificata nel 1072 dai Normanni, intorno alla quale, come riportato da vari libri di storia locale, Federico II vi fece costruire intorno al 1235 un castello, fondandovi la città che avrebbe preso il suo appellativo di “Augustus”, sistemando a ponente del castello, sulla sottostante riva del porto, un caricatore per l’approvvigionamento e il commercio di derrate via mare. Trascorsi tre secoli, con la Sicilia divenuta vicereame spagnolo e la minaccia turca sulla costa orientale, sarà proprio la rada ad impensierire il vicerè Ferdinando Gonzaga. Infatti, seguirono tumultuosamente la dominazione degli Aragonesi e un periodo di anarchia baronale, ma il porto di Augusta riuscì a sopravvivere, anche perché a chiunque venisse dal mare, talora con intenzioni ostili, un punto d’appoggio come quello poteva sempre far comodo. A seguito delle incursioni turche nel Cinquecento, i dominatori spagnoli dovettero fortificare il porto di Augusta, avamposto difensivo della cittadina. Nel 1567 il viceré Garcia di Toledo fece erigere su una secca rocciosa due forti, cui diede il proprio nome e quello della consorte Vittoria; nel 1571 lo imitò il viceré Ferdinando d’Avalos, il cui nome andò al forte sulla secca meridionale. I resti di queste costruzioni caratterizzano oggi il porto di Augusta, fulcro commerciale e mercantile della città. Nel Seicento il ruolo di città militare che connotava ormai Augusta a quattrocento anni dalla nascita era rappresentato efficacemente dai vessilli sui forti a mare e sul castello, trasformato in cittadella con la creazione dei quattro bastioni tra il 1608 e il 1645.  Ma il vero protagonista era il porto, affollato di vascelli e barche di tutti i tipi, indubbia testimonianza di uno specchio acqueo pieno di vita, ove le attività di commercio si mischiavano e convivevano con quelle a carattere militare.

    Salvatore Legnosecco

29 MAGGIO 1453: LA LUNGA NOTTE DELL’IMPERO BIZANTINO

CostantinopoliLa lunga notte dell’Impero bizantino ebbe il suo epilogo il 29 maggio 1453, per mano del giovane e ambizioso sultano Mehmet II. Quell’evento cambiò il mondo, anche se molti allora non se ne resero conto. Costantinopoli cadde perché l’Europa era divisa su tutto, meno che sul mantenimento dei rapporti commerciali con il Turco (i Turchi Ottomani). E cadde perché il Papato, l’unico che potesse tenere unite realtà diverse (come invece saprà fare Papa Pio V nel 1571), subordinava l’invio di aiuti alla accettazione da parte dei bizantini dell’unione fra la chiesa latina e quella greca. Fu così che quel  29 maggio la presa di Costantinopoli sancì il trionfo della feroce determinazione di Mehmet II, sull’intrinseca debolezza dell’Europa. E comportò la lunga, malinconica diaspora di molte migliaia di superstiti bizantini fra cui scienziati, filosofi e sapienti che portarono con loro quella cultura della quale, per più di mille anni, l’impero era stato il custode. Alcuni sostengono che la storia non si ripresenti mai uguale, altri pensano che si ripeta periodicamente. C’è del vero in entrambi gli assunti. Ieri, Bisanzio cadde perché Genova, Venezia, l’Ungheria, il papato, non seppero custodire l’integrità e le comuni radici giudaico-cristiane; oggi la Grecia è ridotta allo stremo perché l’Unione Europea preferisce difendere le proprie banche piuttosto che le radici comuni. Le analogie fra i due fatti sono evidenti. E lo sono ancor di più, se si considera l’odierno inasprirsi dei rapporti fra Occidente e Oriente, a causa dell’aggressività di alcuni gruppi integralisti, aspiranti distruttori di ogni cultura diversa da quella di cui si dichiara portatore il sedicente Stato Islamico. Se si considerano poi, gli attuali fenomeni migratori che richiamano scenari più antichi ma non meno inquietanti, cioè quelli delle prime invasioni barbariche a cui l’Impero romano rispose con la politica dell’accoglienza e dell’integrazione, fino a che – inevitabilmente – non ne fu travolto. La battaglia di Costantinopoli (6 aprile – 29 maggio 1453) rappresenta anche la sintesi e l’epilogo di una storia segnata  da intrighi di corte, ambizioni sfrenate, da battaglie terribili, da armi così potenti da ridurre in briciole  fortificazioni fino ad allora ritenute inespugnabili. Dopo quel maggio del 1453, iniziò così quella emigrazione forzata di uomini e donne, di migliaia di bizantini che cercarono di opporsi a un doloroso destino, in giro per l’Europa. Ciascuno portava in sé il seme di  una millenaria saggezza grazie alla quale – forse – il mondo oggi è migliore.

  Giovanni Intravaia

13 MAGGIO 1943: NON LIBELLULE, MA ALATI MOSTRI D’ACCIAIO

13 MAGGIOAUGUSTA – Oggi, 13 Maggio 2016, Augusta conta 73 anni di memoria di quel clima freddo, quasi innaturale, di una “tragica giornata” di tempo di guerra per la città. Nulla di eccezionale era accaduto nei primi tre anni del conflitto (40-43) in Augusta, sebbene piazzaforte militare di prima linea. In effetti, non si avvertiva tanto il fremito di guerra, se non il quotidiano tirare avanti, stringere la cinghia e pensare a quei 200 grammi di pane che cambiava colore di giorno in giorno, ovvero a quei 300 grammi di carne di basso macello che il Regime si compiaceva di concedere una volta al mese. E ciò, in una Sicilia ricca di grano e di mandrie di bovini sbrancati all’interno dell’Isola. Eppure quelle ventiduemila anime che per un verso o l’altro, soggiornavano nel territorio augustano, pazienti e rassegnate, sopportavano le diuturne angosce, nel correre, affannarsi verso quei ricoveri antiaerei ritenuti luoghi di salvezza…..se tali possono dirsi! Ma per la piccola e dignitosa Augusta, il “redde rationem” era, già, scritto. Infatti, tutto, e tutto in una sola volta, avvenne in quella infausta giornata del 13 MAGGIO 1943. Era un Giovedì uggioso, con nuvole sparse, capricciose. Il sole, a tratti, vi faceva capolino, iridando la città di luce diffusa. A dirsi, una giornata come le tante altre trascorse che, quasi, nulla faceva prevedere che allo scoccare del mezzogiorno, un inferno di fuoco si doveva abbattere su uomini e cose. A questo punto, per onor del vero, vale riportare l’episodio del pomeriggio del 12 Maggio. Alle ore 15:45, improvvisamente, una pioggia di volantini inondò la città. Un gesto umano del nemico? Forse, anche se, in tempo di guerra i sentimenti sono repressi e distaccati. Tuttavia bisogna riconoscere che quei “foglietti” di invito alla popolazione a lasciare la città, valse ad evitare il giorno successivo un massacro di vaste proporzioni. Molti accolsero l’avvertimento e lo stesso pomeriggio lasciarono il paese, diradandosi nelle campagne, ovvero raggiungendo, a piedi, i paesini viciniori. Restarono solo, quelli che non credevano, e chi non poteva, non sapendo dove andare. Intanto il giorno del dolore scandiva le ore, i minuti dell’inesorabile evento. Alle ore 12:30 l’ululare assordante delle sirene tutte insieme, guarda caso, a confondersi col tradizionale rintocco dell’orologio della Chiesa Madre.  Appena, pochi minuti, le 12:46 il cielo sembrava coperto da un rumore cupo, immenso, pauroso. Un rombo di motori che chi ha sopravvissuto a quell’inferno, non dimenticherà mai, e sussulterà, ogni qualvolta lo risentisse. Trenta bombardieri USA, famosi o famigerati, Liberators, come uccelli rapaci, s’avventarono sulla preda, la città, scaricando il mortale carico. Furono diciassette minuti di inaudita violenza, di ferro e di fuoco, consumando in sì breve tempo, il più sanguinoso olocausto cittadino. Mentre ancora il dolore e l’angoscia per i numerosi morti si diffondeva per la città, una seconda ondata di altri trenta aerei dalla carlinga stellata, completarono la distruzione di quasi il 70% dell’abitato, trascinando sotto le macerie altri inermi cittadini. Seguì, poi, un silenzio irreale, rotto solo dal sibilo delle sirene dei mezzi dei soccorritori, e dal fragore di facciate di case sventrate, rimaste in bilico, che rovesciavano al suolo. Malgrado l’aria impregnata di polvere, dall’aspro ed irritante odore di cordite e metallo fuso, si scavava, anche a mani nude, marinai, militi, vigili del fuoco, volontari, allineando i corpi estratti dalle macerie, straziati dalle esplosioni, lungo i margini della strada. Una gara di solidarietà durata sino al tramonto, quando il buio, come l’immensa ombra scura della morte, s’impossessò di una città, ridotta a montagne di macerie, laddove, sicuramente, giacevano altre vittime, che, mai recuperate, un destino amaro, negherà loro persino, il diritto ad un nome e ad una tomba.  Così si chiudeva il giorno più lungo per Augusta, ma anche quello più breve, perché in soli 45 minuti, divorò la vita di 70 cittadini, ed annientò quasi l’intero tessuto urbano. Quel triste 13 Maggio ’43, per Augusta, fu l’ultimo bagliore di una guerra infausta, ed infame. Ebbene, quest’anno, il 73° anniversario trova il favore dell’Amministrazione Comunale, anche nel rispetto della Delibera n° 32 del 15/02/2011 che sancisce il 13 MAGGIO ’43, “GIORNATA DELLA MEMORIA”. Sarà officiata presso la Chiesa di San Domenico alle ore 18:30, una solenne messa in suffragio delle vittime, dal Rev. Don Palmiro Prisutto, Arciprete della Chiesa Madre, alla presenza di autorità militari e civili e la partecipazione dei cittadini. A seguire, la deposizione di una corona d’alloro, a margine di un ceppo marmoreo collocato a lato della Chiesa di San Domenico. Queste testimonianze commemorative, devono rappresentare un segno di orgoglio e gratitudine della nostra COMUNITA’, verso quei cittadini che, pur non impugnando le armi, sono caduti incolpevolmente. E ricordiamo, infine, che questo segmento di MEMORIA e di Storia Patria, che il simbolo di questa giornata, non appartiene al singolo, né ad alcun sodalizio, neanche a coloro che l’hanno vissuta e sofferta. Essa appartiene, solo e solamente, alla città e a chi la rappresenta, che la deve custodire come in un sacrario, mantenerla viva nel tempo, perché è giusto che la MEMORIA delle vittime del 13 Maggio, rimanga collocata, per sempre, nella storia cittadina.

   Francesco Migneco

AUGUSTA/13 MAGGIO 1943, UN GIORNO DA NON DIMENTICARE – di Giorgio Casole

L’ennesimo appello dell’avv. Francesco Migneco, sopravvissuto al bombardamento

Migneco intervistato.AUGUSTA. Da oltre  un decennio si batte perché il 13 maggio 1943 sia una data nella memoria collettiva della gente di Augusta: è l’85enne Francesco Migneco, avvocato di professione, già pretore onorario, consulente di Marisicilia quale storico militare. “Quella data riappare alla memoria degli augustani” – ricorda Migneco – “per  onorare il sacrificio degli oltre sessanta  cittadini dilaniati dalle esplosioni del bombardamento e inghiottiti dalle macerie. Abbiamo il dovere di ricordare quella memoria perduta, tremendamente dimenticata oltre settant’anni fa, come se a perdere la vita fossero stati animali e non esseri umani”. Sull’ argomento Migneco ha pubblicato  un libro, di oltre 160 pp., uscito nel 2009,  dal titolo “Augusta, 13 maggio 1943, l’inferno scese dal cielo”. Dal 2009, Migneco non s’è fermato . Ha continuato a tenere desta l’attenzione della gente, soprattutto dei giovani, attraverso interviste, conferenze nelle scuole e/o nei circoli , spesso con la collaborazione dell’autore di queste righe. L’ultima occasione è stata nel mese di maggio  2014 al Circolo Ufficiali. Migneco ritiene che non si tratta più di una memoria da celebrare per il rispetto dei morti in quel giorno, morti innocenti, ma di un argomento da considerarsi a tutti gli effetti, “oggetto di Storia patria”, come tiene a sottolineare Migneco che è riuscito, con la sua tenacia,a  far istituire dall’Amministrazione comunale, sindaco Carrubba, nel febbraio 2011, un giorno del ricordo per onorare i morti caduti sotto i bombardamenti furiosi, essendo Migneco stesso un sopravvissuto alla furia dei “Liberators”.. Migneco sferra un attacco contro “storici o pseudo tali, praticoni e facinorosi in cerca solo di pubblica scena” che non hanno preso nella dovuta considerazione questa sofferta pagina di storia cittadina. 

Continua a leggere

AUGUSTA/ CHI SI RICORDA DEL 13 MAGGIO?

Nel 2011 fu istituita “La Giornata della memoria delle vittime civili e militari di Augusta nel secondo conflitto mondiale”

Migneco intervistato.AUGUSTA/I cattolici di tutto il mondo ricordano la data del 13 maggio  perché quel giorno in quel mese del 1917, secondo il racconto dei tre pastorelli portoghesi di Fatima, la Madonna  apparve loro per la prima di sei volte in località Cova da Iria. Il 13 maggio del 1943 Augusta fu praticamente rasa al suolo da un furioso bombardamento dei bombardieri americani, battezzati “Liberators”, perché dovevano essere lo strumento principe degli anglo-americani per liberare la vecchia Europa dal nazi-copertina-libro-Mignecofascismo. Augusta fu bombardata perché era un’importante base militare, anzi una delle più importanti basi della Marina Militare italiana. Il regìme fascista era ancora al potere, seppure per poco. Come si ricorderà, il 24 luglio dello stesso anno, il gran Consiglio del Fascismo votò a maggioranza l’ordine del giorno Grandi per consentire al re, Vittorio Emanuele III, di esautorare Mussolini e mettere al suo posto il maresciallo Badoglio. Mussolini fu arrestato, relegato nel Gran Sasso, poi liberato dai nazisti perché dividesse l’Italia con la cosiddetta repubblica di Salò. Che gli Anglo-americani sarebbero sbarcati in Sicilia già si sapeva e, quindi,  Augusta era certamente a rischio. Il comandante della Piazzaforte Augusta-Siracusa era l’ammiraglio Priamo Leonardi che, stando a una certa storiografia, non fece il suo dovere di militare italiano, prevedendo le opportune difese contro gli Alleati, da ritenersi, allora, nemici a tutti gli effetti. Comunque sia, gli Americani prima di bombardare Augusta, avvertirono la popolazione attraverso il lancio di migliaia di volantini, gettati dagli stessi Liberators, attraverso i quali informavano la popolazione dell’imminente bombardamento e la invitavano a evacuare. L’evacuazione avvenne. La stragrande maggioranza degli augustani fuggì, trovando ricovero nelle grotte o nei paesi vicini, quali Melilli e Sortino. Chi non fuggì, non volle o non potè: non volle perché credette alla propaganda del regìme che credeva un bluff il bombardamento, non potè perché non aveva i mezzi, nemmeno un mulo, per fuggire. Il bombardamento, puntualmente, avvenne. Fu terribile, come racconta uno dei pochi testimoni sopravvissuti, Francesco Migneco, già pretore onorario di Augusta, autore del libro “Augusta, 13 maggio 1943, l’inferno scese dal cielo” (2009). Il bombardamento a tappeto provocò enormi distruzioni, macerie dappertutto, ma, soprattutto dovremmo dire, provocò oltre sessanta morti accertati,  fra cui un bambino di tre mesi, e  un numero imprecisato di dispersi. L’elenco dei morti è riportato nel citato libro di Migneco, il quale da almeno dieci anni, attraverso interventi pubblici, interviste sui media e testimonianze scritte – di cui il libro è la più importante – si batte perché venga perpetuato ad Augusta  il ricordo di quella giornata. Come in tutta l’Italia, nelle scuole, viene ricordato, per legge, il Giorno della memoria per ricordare le vittime della Shoah  e il Giorno del ricordo per i morti nelle foibe carsiche, così Migneco vorrebbe si ricordasse il 13 maggio del 1943 nelle scuole cittadine o, almeno, che l’ente Comune lo ricordasse a tutti in una cerimonia commemorativa. La  perorazione di Migneco fu accolta cinque anni fa dall’allora Giunta Carrubba che, il 27 gennaio 2011, deliberò l’ “Istituzione della Giornata della memoria delle vittime civili e militari di Augusta nel secondo conflitto mondiale”. In tale documento, dopo la decisione di istituire tale giornata, si dispone “che gli Assessori alla Cultura e alla Pubblica Istruzione si attivino per sensibilizzare la partecipazione dei giovani e della cittadinanza tutta alle iniziative… per ricordare il sacrificio della Città e dei suoi abitanti nel lungo periodo di guerra”.  Sono passati cinque anni. Chi si ricorda del 13 maggio del ’43?

   Giorgio Casole

DA DAMASCO AL CAIRO. L’INVERNO ARABO

Un’analisi socio-politica dell’augustano Fabrizio Giovanni Vaccaro

 vaccaro fabrizioAUGUSTA: Il 25 gennaio 2016 al Cairo non è un giorno come gli altri. Esattamente cinque anni prima era scoppiata la rivolta contro il trentennale governo di Hosni Mubarak poi costretto, di lì a poco, a dimettersi. A quell’evento seguì un periodo di transizione che con alti e bassi portò, sotto la supervisione dell’esercito, ad elezioni libere tra il maggio e il giugno del 2012.  Gli obiettivi della rivoluzione, perlomeno quelli dell’autodeterminazione democratica, erano stati raggiunti. Il popolo aveva scelto il suo governo, ma un’ombra aleggiava ancora sul paese.  Il risultato elettorale aveva visto, infatti, la vittoria della famigerata Fratellanza Musulmana. Il nuovo presidente dell’Egitto era uno dei suoi leader: Mohamed Morsi. Pur marginalizzati dalla dittatura Mubarak, i Fratelli Musulmani avevano mantenuto un’organizzazione eccellente. E così, nel vuoto politico che i trent’anni di dittatura avevano lasciato, non ebbero difficoltà a prevalere su una concorrenza evanescente e spezzettata. Il tutto, però, lasciava l’amaro in bocca a quella gioventù progressista e liberale che dapprima aveva ispirato la rivolta, ma che poi si era mostrata incapace di tutelarne i principi. Di fatto, i timori di quella gioventù idealista e progressista sembrarono giustificati dalle politiche accentratrici del primo anno di governo Morsi. Anche se, a rigor del vero, una valutazione critica e imparziale di quell’anno di governo meriterebbe ben più di un approfondimento. Fatto sta che, a un anno dalla sua elezione, Mohammed Morsi viene arrestato, il 3 luglio 2013, su mandato del Comandante in capo delle Forze Armate egiziane, Abdel Fattah Al Sisi. Le accuse sono quelle di istigazione alla violenza e di spionaggio.  Il popolo egiziano, nel frattempo, era già sceso in piazza, da pochi giorni, contro il governo dei Fratelli Musulmani, accusandolo di autoritarismo e confessionalismo. La folla aveva  anche attaccato ed incendiato le sedi del partito dei Fratelli Musulmani, il Partito Libertà e Giustizia. Ma, al tempo stesso, non mancavano i sostenitori del presidente destituito che, appena un anno prima, aveva raccolto il 51% dei consensi.  Tuttavia ogni forma di opposizione venne sanguinosamente repressa. I Fratelli Musulmani messi al bando e dichiarati illegali, in massa uccisi o fatti sparire.

Continua a leggere

Alla fine della guerra, il contributo decisivo dell’Intelligence, in particolare dei Servizi segreti britannici, alla vittoria angloamericana, era conosciuto da pochissime persone. Lo scrittore Ian Fleming, padre dell’agente segreto più famoso di tutti i tempi, James Bond, fu ufficiale della Royal Navy ed egli stesso componente dell’ M15, al servizio segreto di Sua Maestà, nel periodo bellico .

Operazione MincemeatAll’alba del 10 luglio 1943 le truppe alleate sbarcarono in Sicilia nel primo attacco alla “Fortezza Europa” in mano a Hitler. Un attacco destinato ad avere un grande successo e ad aprire una nuova, cruciale fase nelle operazioni belliche. Un vero trionfo, dovuto in buona parte a un uomo morto sei mesi prima, un uomo che non c’era”. Attorno a lui venne costruita un’imponente rete di depistaggi, un vero e proprio imbroglio escogitato da un avvocato, Ufficiale del Servizio Segreto Navale britannico, Ewen Montagu, e noto come “operazione Mincemeat”. Senz’altro il più spettacolare, sfacciato e riuscito piano dissuasivo della Seconda guerra mondiale, volto a convincere i servizi informativi nazisti che il grande sbarco alleato nel Mediterraneo avrebbe avuto luogo in Grecia e non sulle coste siciliane. Nota fino a poco tempo fa in modo solo parziale, la vicenda è emersa in tutta la sua complessità solo recentemente e,  per la prima volta, viene ricostruita grazie a documenti dei servizi segreti, fotografie, memoriali, diari dei protagonisti, che raccontano una vicenda tanto avvincente e incredibile quanto vera. Da parte italiana e tedesca l’attacco all’Europa era ovviamente atteso e i servizi di spionaggio erano da tempo al lavoro per capire quale sarebbe stato il luogo dello sbarco tra i molti possibili nel Mediterraneo. Per ingannare il nemico gli Alleati attuarono una beffa che passò alla storia, tanto da aver successivamente suggerito anche la trama di un film. Nella tarda mattina del 30 aprile, al largo delle coste di Cadice, in Spagna, fu rinvenuto da alcuni pescatori il cadavere di un ufficiale inglese che, dai documenti in suo possesso, risultò essere il maggiore William Martin dei Royal Marines britannici. Legata al cadavere, una borsa diplomatica conteneva documenti che furono giudicati importantissimi dai servizi segreti tedeschi, che erano stati prontamente avvisati dai colleghi spagnoli. In particolare una lettera, inviata dal Naval War Staff al generale Alexander, parlava esplicitamente di una imminente invasione della Grecia e di come i preparativi per lo sbarco in Sicilia servissero solo per sviare l’attenzione degli italo-tedeschi. L’operazione Mincemeat   descritta nella falsa lettera, fu presa per vera dai tedeschi, che caddero nella trappola, come dimostrano gli ordini di Hitler, che spostò dalla Francia verso la Grecia la 1° Divisione Panzer. L’attenzione dei comandi tedeschi si concentrò così sulla Grecia nonché sulla Sardegna, ritenuta altro probabile obiettivo alleato. Continua a leggere

LA SICILIA FRA CARTAGINESI E ROMANI – RIEVOCAZIONI STORICHE DELL’AUGUSTANO UGO PASSANISI

annibale barca

Sabato 3 ottobre, in prima serata, RAITRE ha mandato in onda un’ interessante puntata del programma “”Ulisse, il piacere della scoperta”, a cura di Alberto Angela. La puntata era dedicata all’epico secolare scontro fra i Cartaginesi e i Romani:   lo stesso argomento su cui  ha lavorato il nostro collaboratore  Ugo Passanisi. Vi proponiamo il  suo lavoro, anche come contributo per un approccio gradevole degli studenti a quest’argomento, che a scuola va sotto il nome di “guerre puniche”, perché i Romani chiamavano Punici i Cartaginesi

Cartagine e Roma

La fascia costiera che conduce da Trapani a Capo Boeo, dove sorge Marsala, è costituita da terre basse, a tratti sabbiose, interrotte solo dal biancore abbagliante di antiche saline da cui emergono, come giganti, le sagome cilindriche dei mulini a vento preposti al pompaggio delle acque e alla molitura del sale. Anche le acque marine che lambiscono quelle coste sono basse e ospitano un mini-arcipelago, una laguna divisa dal mare aperto dalle isole dello Stagnone: l’Isola Grande (detta anche Isola Lunga), gli isolotti di Santa Maria e della Schola, e, a meno di un chilometro dalla terraferma, l’isola di San Pantaleo che quasi tremila anni fa si chiamò Mothya e costituì il più importante avamposto di Cartagine nel Mar Mediterraneo, vedetta e sentinella della madrepatria africana. Al di là della linea arcuata costituita da questi isolotti, si staglia all’orizzonte la più prossima delle isole Egadi, l’isola di Favignana. Mothya oggi si chiama Mozia, un nome che poco dice a molti di noi così imbevuti come siamo della grecità di cui è permeata la Sicilia orientale. Eppure quell’isolotto, apparentemente insignificante, aveva rappresentato in un lontano passato uno dei piatti della bilancia della civilizzazione antica della Sicilia: il primo, quello greco, che ha lasciato imponenti tracce della sua presenza con i suoi grandiosi templi, teatri, monumenti e ciclopiche mura nella Sicilia orientale; il secondo, quello punico-fenicio certamente meno appariscente, ma non per questo meno importante, nella Sicilia occidentale.

Continua a leggere

Lepanto, 7 Ottobre 1571. Le radici cristiane dell’Europa nel 444° anniversario della vittoria della Lega Santa sull’Islam – di Giovanni Intravaia

Battaglia di LepantoNel corso dei secoli, a ondate successive, le armate islamiche  hanno condotto guerre, nell’intento di cogliere  la mitica mela rossa, che nel loro immaginario collettivo simboleggia Roma. Per impedire la conquista di questo obiettivo, la cristianità affrontò vittoriosamente, per terra e per mare, grandi battaglie a Poitiers e a Lepanto  e sostenne i lunghi assedi di Malta e di Vienna. Ma ciò fu possibile solo perché superando i conflitti intestini, seppe trovare sotto il segno della croce, quell’unità necessaria a scongiurare  il  pericolo  incombente. Quali sarebbero state le conseguenze per l’Europa cristiana, di una vittoria araba prima a Poitiers, e poi di vittorie  dell’impero ottomano – della sublime porta – a Lepanto, a Malta e a Vienna? Probabilmente la cristianità sarebbe sopravvissuta, ma come un’enclave   sempre più ristretta,  certo  non  come  fede   dominante. Pur continuando a praticare la loro religione, molti cristiani sarebbero divenuti  arabi per lingua e costumi, proprio come avvenne nella Spagna musulmana. Molti si sarebbero   convertiti all’islam, come avvenne per  numerosi cristiani in Spagna e così altri avrebbero fatto, senza   la continua  seppur  lenta, avanzata della  reconquista  cristiana.  La maggior parte degli europei sarebbe divenuta musulmana, proprio come  avvenne per  la grande maggioranza dei nordafricani e dei  mediorientali. Oggi, il problema dell’occidente  non è la forza dell’islam, ma la debolezza del cristianesimo, o meglio, dei cristiani, ed é un problema cruciale.  L’occidente tace davanti ai massacri di cristiani, e tace davanti ad una crescente cristianofobia, connotata da menzogna e omertà, con cui si coltiva pericolosamente l’autodissoluzione dell’occidente stesso  e dei suoi valori. L’islam e gli islamici lo hanno capito da tempo, identificando l’occidente con il vuoto morale e  con l’assenza di fede e di valori. In un suo sermone, un imam, così si rivolgeva all’occidente: «grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo, grazie alle nostre leggi coraniche  vi  domineremo»..

Continua a leggere

“LA NAVE PIU BELLA DEL MONDO” in un “ritratto” appassionato dell’augustano Ugo Passanisi

amerigo vLa “Cristoforo Colombo” dovette essere ceduta all’Unione Sovietica in conto riparazioni danni di guerra insieme a numerose altre navi da guerra. Sorvegliata a vista per il timore, non infondato, che potesse essere sabotata e autoaffondata dal suo equipaggio, partì da Taranto il 9 febbraio del 1949 e raggiunse il giorno 12 il porto di Augusta dove venne ufficialmente disarmata e radiata dai ruoli, ammainando la bandiera della Marina Militare e issando quella della Marina Mercantile. Infine, con la sigla Z18, salpò alla volta di Odessa dove il tricolore venne ammainato per l’ultima volta.

AUGUSTA. Recentemente, la “Palinuro”, nave scuola per gli allievi sottufficiali della Marina Militare italiana, è approdata a Catania per un giro di promozione. La “Palinuro” è omologa dell’Amerigo Vespucci”, nave più famosa che ogni allievo ufficiale deve conoscere e su cui deve navigare. Abbiamo chiesto al  nostro collaboratore Ugo Passsanisi , storico per passione, di tracciarci un profilo delle navi-scuola, vanto della nostra M.M.

Verso la fine degli anni ’20 del secolo scorso, la Regia Marina Italiana avvertì la necessità di sostituire le due vecchie navi-scuola della classe “Flavio Gioia”  e di costruire due nuove unità da destinare all’addestramento degli allievi ufficiali dell’Accademia Navale di Livorno e degli allievi della Scuola Navale “Morosini” di Venezia.  Per motivi di immagine, e per mantenere viva una centenaria tradizione di tutte le più importanti marinerie europee, si preferì optare per la costruzione di due motovelieri che consentissero inoltre agli allievi  imbarcati di apprendere le tecniche e le manovre di governo delle grandi navi a vela.  Pertanto, negli anni dal 1926 al 1931 i due motovelieri vennero impostati e costruiti nel Regio Cantiere Navale di Castellammare di Stabia.  Il progetto di entrambi, molto simili, e per questo motivo spesso considerati gemelli, fu affidato al tenente colonnello del Genio Navale Francesco Rotundi, che riprese e ricopiò i progetti dell’Ingegnere navale Sabatelli della Real Marina del Regno delle Due Sicilie, il quale, nel disegnarli, si era ispirato al pirovascello della Marina borbonica “Monarca” e che erano custoditi a Castellammare di Stabia, insieme alle tecnologie necessarie alla costruzione di questo tipo di navi,  che ricordavano i vascelli da guerra della fine del ‘700. Infatti, le fasce bianche e nere alternate dello scafo ricordano le murate con i portelloni dietro ai quali venivano posizionati i cannoni. La prima delle due navi ad essere costruita fu la “Cristoforo Colombo”, impostata il 15 aprile 1926 e varata il 4 aprile 1928. Il suo primo nome fu “Patria” che venne però cambiato quando lo scafo era ancora in costruzione in onore del grande navigatore genovese. L’ “Amerigo Vespucci” venne invece varato il 22 febbraio 1931 perché in quello stesso giorno del 1522 moriva il navigatore da cui la nave, e il nuovo  continente, presero il nome.  Da quel momento le due navi effettuarono insieme tutte le campagne di addestramento degli accademisti della Regia Marina,   solcando per ben 9 volte tutti i mari e gli oceani del mondo, fino allo scoppio della 2a Guerra Mondiale. Degli ufficiali più famosi che si sono avvicendati al comando della “Amerigo Vespucci” ricordiamo, in particolare, l’ammiraglio Straulino, campione mondiale di vela, famoso per aver condotto la nave a vele spiegate dal porto di Taranto al mare aperto attraverso il canale navigabile, stabilendo, tra l’altro, il nuovo record di velocità per navi a vela. Un altro famoso comandante della prestigiosa nave fu il C.V. Ugo Foschini che risalì il Tamigi a vela fino a Londra. Ma l’episodio di cui la prestigiosa nave fu protagonista ebbe luogo nel 1962 con l’incontro in Mediterraneo con la portaerei statunitense “Independence” che incrociando l’ “Amerigo Vespucci” che navigava a vele spiegate lampeggiò con il segnalatore luminoso : “Chi siete?”, a cui, con lo stesso mezzo, fu risposto “Nave Scuola della Marina Militare Italiana Amerigo Vespucci”.

Continua a leggere