AUGUSTA: PASSATO REMOTO, PASSATO PROSSIMO, PRESENTE. E IL FUTURO?

Un contributo storiografico di Giorgio Càsole

me stesso al microfonoRiferendosi alla vittima della furia omicida di un marito geloso, un cronista ha scritto   che il corpo della sventurata donna sarebbe stata sepolta nel cimitero megarese. La notazione ha suscitato negli studiosi e nei lettori più avvertiti sorriso e disapprovazione insieme. Sorriso perché chi legge è portato istintivamente a ritenere che quella povera vittima, chissà perché, sia stata seppellita in una necropoli, giacché la città di Mègara non esiste più, ma, d’altro canto, una necropoli megarese non è stata portata alla luce; disapprovazione perché in questo modo nel lettore comune non si fa altro che riconfermare l’idea, del tutto erronea, che Augusta discenda direttamente da quella  polis della Magna Grecia che fu Mègara Iblea. Infatti, il cronista in questione, quasi sempre nei suoi resoconti, non usa mai  o quasi mai l’aggettivo “augustano” preferendo usare l’aggettivo  “megarese”, quasi che tutti, sindaco, comandante del porto, presidenti di associazioni, cittadini in genere, siano appartenenti alla locale squadra di calcio che si chiama  Megàra (con l’accento alla latina) in omaggio ai supposti illustri avi: i Megaresi, appunto. Erroneamente pure si ritiene che Augusta sia stata un’antica colonia di nome Xifonia, distrutta da Ottaviano Augusto nel 42 a. C., per essere  ricostruita e ampliata da Federico II di Svevia nel 1232. Le prime notizie certe, intorno alla fondazione della città, le troviamo in un diploma di Federico II del 1231 o 1232, in cui sono indicati i confini che partivano da Targia, a nord di Siracusa, e giungevano fino ad Agnone, lo splendido litorale (frequentato più da lentinesi, carlentinesi e catanesi,  che hanno la loro casa a mare, che non da augustani). La nuova città, sorta su uno dei più importanti punti strategici della Sicilia, munita di un poderoso castello, fu popolata dai riottosi all’autorità imperiale di Federico II abitanti di Centuripe, comune dell’ennese,  e  di Montalbano Elicona, borgo del messinese, distrutti nel 1232 da Federico per essersi a lui ribellati.

Gli avi degli augustani, perciò, in senso stretto devono essere considerati i centuripesi e gli abitanti di Montalbano e non già i megaresi (scomparsi da quattordici secoli, quando si diede vita al popolamento dell’sola).  La nuova città venne denominata Augusta in onore del fondatore, Federico II, imperatore del Sacro Romano Impero, cui spettava il titolo, imperiale appunto, di Augustus, conferito per la primo a Ottaviano, erede  di Giulio Cesare, ricordato come Ottaviano Augusto o, semplicemente, come Augusto. Federico II, già ai suoi tempi definito stupor mundi (meraviglia del mondo), concesse che la città si fregiasse dello stemma raffigurante l’aquila imperiale che fra gli artigli tiene monete d’oro tratte dal mare a  significare l’importanza che egli attribuiva alla baia, che poteva diventare un emporio per gli scambi con il Medio Oriente, tant’è che nel 1239 concesse ad Augusta un privilegio fino ad allora riservato alle tre grandi città siciliane, Palermo, Catania e Messina: quello, cioè,  che il porto potesse esportare grano e altro tipo di merci. La felice intuizione federiciana ha avuto riscontro nel tempo. Il porto  ha  rappresentato e può ancora rappresentare la vera fonte di ricchezza della città, un porto la cui  unità amministrativa stava per essere messa in pericolo per decisione ministeriale quando il 28 dicembre 1960, i cittadini, guidati dall’allora vicesindaco Giovanni Saraceno e dal consiglio comunale tutto, reagirono come un sol uomo, paralizzando la città, il nodo ferroviario e  bloccando le attività portuali. Un decreto ministeriale, cassato in séguito alla sommossa del 28 dicembre, stava per attribuire parte della giurisdizione a Priolo, allora  Frazione del Comune di Siracusa. Grazie al porto, Augusta   è sede  di una base navale d’importanza strategica, tanto che dal novembre 2002 il comando di Marisicilia da Messina è stato trasferito nella città federiciana. Sebbene certe strutture del porto militare risalissero alla guerra libica e alla prima guerra mondiale e sebbene lo stesso idroscalo, sormontato da un ciclopico hangar (mai adibito a tale scopo), oggi esempio pregevole di architettura militare, abbandonato e  incrinato, fosse costituito da un decennio, solo intorno alla metà degli anni Trenta del secolo scorso prendevano vita o si completavano tutte quelle opere destinate a proteggere il porto e la città  da un’eventuale offesa aeronavale e a rendervi possibile – come ricorda Tullio Marcon – la dislocazione di unità da guerra, in invidiabile posizione avanzata. La rada si cinse della diga, la zona di Terravecchia, la parte a sud dell’isola, si popolò di caserme, sorsero depositi a pantano Danieli (a sud della stazione), si completarono banchine per torpediniere, sommergibili e mas. Quattro squadriglie di torpediniere, tre di mas, una flottiglia di sommergibili, oltre a mezza dozzina di navi ausiliarie, erano davvero un bel complesso – nota,  con una punta d’orgoglio lo stesso Marcon. (Tullio Marcon, “La guerra”, in Augusta, uomini e cose, a cura di Giorgio Càsole, Augusta, Mendola, 1974). Inoltre, man mano che le quindici batterie – tre navali, dodici contraeree – andavano armandosi, la Milmart (Milizia marittima), reclutava sul posto gli uomini che le chiamate di leva lasciavano a casa. Augusta sembrava (e forse lo era) una piazzaforte che incuteva timore ai nemici, ma, come osserva amaramente  Marcon, solo in séguito si sarebbero manifestati gli errori, le lacune, i frutti del facile ottimismo imperante. Infatti, dopo i bombardamenti a tappeto dei Liberators che il 13 maggio 1943, rasero al suolo la città, Augusta si arrese. Lo sbarco degli Alleati in Sicilia avvenne fra il 9 e  il 10 luglio del ’43, grazie a un’arditissima operazione chiamata in codice operazione Husky. Augusta viene occupata dagli Inglesi, che si acquartierano nell’area detta di Terravecchia, elevando a loro quartier generale la sede del Comando della base navale, prima agli ordini del contrammiraglio Priamo Leonardi, noto alla storiografia, soprattutto militare, della II guerra mondiale.  per non aver dato ordini univoci riguardo alle risposte in termini difensivi da replicare agli Inglesi, considerati fino a quel momento nemici dell’Italia. L’occupazione di Augusta, praticamente un cumulo di macerie, quasi senza senza popolazione, avviene, dunque, molto agevolmente, come agevole era stata l’occupazione dei francesi nel 1675, dopo la memorabile “battaglia d’Agosta”, con  la quale i francesi i dominatori spagnoli per installarsi al loro posto. La piazzaforte di Augusta alle 13,30 del 13 luglio 1943 passa nelle mani dell’AMGOT, sigla di Allied Military Government Occupied Territory, ‘Governo militare alleato del territorio occupato’, che consente l’insediamento del sindaco e della Giunta, per l’ordinaria amministrazione della città.  Augusta si presenta in condizioni pietose, con gravi carenze igieniche, con macerie dappertutto, esposta anche ai bombardamenti dei tedeschi, divenuti nemico dopo l’armistizio di Cassibile, Frazione di Siracusa, firmato segretamente il 3 settembre, ma reso pubblico il successivo 8 settembre, fra il generale Castellano, in rappresentanza del governo italiano, guidato dal maresciallo Badoglio, e  dal generale Eisenhower, per gli Alleati. Gli Inglesi si installano sùbito in trentotto appartamenti in Viale Risorgimento e in Via Dessiè,  lasciati deserti dagli augustani sfollati fuori città. Addirittura nel Viale Risorgimento  gli occupanti adibiscono  a carcere, con tanto di celle, alcune abitazioni requisite alla famiglia  Ponzio. Tutto il  Viale Risorgimento è dichiarato area britannica e assolutamente interdetto alla popolazione autoctona, a meno di non possedere un lasciapassare. “Gli abusi di potere” sono “all’ordine del giorno”, racconta  Carmelo Italia, a p. 11  del suo Diario storico di un vigile urbano. (Augusta, 2000). Evidentemente, forti della loro posizione, gli Inglesi si comportano da padroni, con tracotanza e arroganza, o come tale viene avvertito dai  cittadini il loro comportamento altero, sorretto da una serie di divieti, non difficili  da spiegare,  visto che fino a poco tempo prima gli Italiani erano  i loro nemici. A capo dell’Amgot in Augusta è un ufficiale inglese, che si avvale della collaborazione di un altro ufficiale, il town mayor per il rapporti con la popolazione e le autorità cittadine, sindaco è Sebastiano Catalano, socialista, l’ultimo sindaco eletto prima del Fascismo.  Nel febbraio 1945, la Royal  Navy lascia Augusta  e  i suoi impianti di Terravecchia vengono rilevati dalla Royal Air Force che da Malta si trasferisce ad Augusta con qualche idrovolante. La fama dell’idroscalo augustano vola fino a Londra e nel 1946 la compagnia inglese B.O.A.C. decide di utilizzare l’idroscalo come scalo di transito per l’Africa o l’Oriente, collegato direttamente con Londra. Nell’immediato dopoguerra, dunque, il primo sbocco occupazionale (trecento posti) si ha con gl’inglesi. Nel’49-’50, grazie al milanese Angelo Moratti, con la nascita della Rasiom (Raffineria siciliana oli minerali) si dà l’avvio a quel processo di industrializzazione che, lentamente, ma progressivamente,  modificherà l’intero volto della zona, trasformando i pescatori e i contadini di un tempo in operai qualificati e specializzati, ma producendo effetti distorti  sull’ambiente, effetti che, al momento dell’insediamento di quella prima raffineria, la  prima in tutta la Sicilia, nessuno prevede né è in grado di prevedere. Il benessere della città poggia, dunque, sul porto, ritenuto il più grande porto naturale del basso Mediterraneo, uno dei più grandi d’Italia, recentemente valutato dall’Unione Europea porto strategico per la posizione baricentrica lungo le rotte internazionali. La baia di Augusta ospita un porto industriale-petrolifero ai vertici nazionali, tanto che è governata da un’Autorità portuale, attualmente commissariata, su cui da mesi grava la minaccia di soppressione, per via della cosiddetta spending review; le ipotesi al vaglio riguardo alle Autorità portuali in Sicilia sono  di mantenerne in vita due, una a   Palermo per la parte occidentale dell’Isola e una a Catania per quella orientale o, addirittura, di lasciare in vita solo quella di Palermo, con quali risultati in termini di efficienza e di efficacia non è difficile prevedere. Anche il Comune è attualmente commissariato. L’ente, che sta vivendo una fase di pre dissesto finanziario,  è stato parzialmente commissariato dal settembre 2012,  a causa delle dimissioni del sindaco Carrubba. L’allora presidente della Regione Siciliana, Lombardo, nominò commissario un funzionario regionale in pensione che, per sei mesi, svolse le funzioni di sindaco e della giunta, mentre il consiglio comunale continuava a svolgere i suoi compiti.  La democrazia è sospesa dal 7 marzo 2013, quando tre funzionari del governo statale si sono insediati quali commissari dopo lo scioglimento per timori di infiltrazione mafiosa decretato dal Consiglio dei ministri. Il decreto prevedeva un periodo di diciotto mesi che è stato prorogato di altri sei mesi.  Il periodo di “democrazia sospesa” non può superare il biennio, ma i commissari resteranno fino all’espletamento delle elezioni amministrative, previste per la primavera 2015.  Augusta, come tutta la Sicilia orientale, fu distrutta dall’”immane” terremoto dell’11 gennaio 1693; è stata distrutta dalla II guerra mondiale. E’ rinata. Entrambe le volte, però, è stata una distruzione materiale ed è stata ricostruita. Oggi questa città è aggredita da mali subdoli (inquinamento, permeabilità alla mafia, debiti istituzionali e individuali, disoccupazione, nuova emigrazione, chiusura di attività commerciali, incertezza  del futuro). Facciamo in modo di salvarla.

Giorgio Càsole

AUGUSTA: PASSATO REMOTO, PASSATO PROSSIMO, PRESENTE. E IL FUTURO?ultima modifica: 2015-01-12T15:16:50+00:00da leodar1
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